Capitalismo e salame
8 Aprile Apr 2012 1025 08 aprile 2012

Crescita, sviluppo, utilitarismo, ecco come il capitalismo ha ammazzato Dio

Cari lettori de Linkiesta, eccovi il regalo pasquale di Capitalismo e Salame (e del mio amico Ugo Castellani). Un regalo non materiale: poesie. Per svelare lo stretto collegamento tra Poesia e Capitalismo.

La Poesia è libera, il Mercato e il Capitalismo non lo sono. La tanto osannata de-regulation è solo fittizia. E La Poesia? Lei, sì che è libera e che ci può liberare dalle regole del gioco!!! Anzi, forse è lei stessa che detta (indirettamente) le regole.

❝La poesia non nasce da le regole, se non per leggerissimo accidente; ma le regole derivano da le poesie: e però tanti son geni e specie di vere regole, quanti son geni e specie di veri poeti.❞ Giordano Bruno (1548-1600)

Il libero mercato rappresenta l’Eldorado. La Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale dettano leggi e riforme agli Stati Nazione, mandano sicari a controllare le banche nazionali, indicano col dito i vari tecnocrati che dovranno smantellare lo stato del benessere (vedi situazione greca).

Mai come in questo periodo socialmente movimentato possiamo capire, noi europei, ciò che precisava Marx sullo Stato: «Lo Stato è uno strumento del potere capitalista» e, come ci ricorda Oswaldo de Rivero (1936-), diplomatico peruviano, oggi lo Stato si mostra per ciò che è: «Un vicario dell’alto clero finanziario», lo spazio per imprese transnazionali che senza scrupoli, de-territorializzano gli spazi locali in nome “del bene globale”. Il problema è che il “bene globale” si fonda sulla povertà e sulla schiavitù. Se un governo non accetta le politiche dettate da questi enti internazionali (liberalizzare, de-regolarizzare, privatizzare l’economia) gli viene negato l’accesso al credito internazionale,una situazione che i funzionari di stato africani definiscono con l’acronimo: TINA ovvero: There is not alternative (non c'è alternativa).

Una delle tante assurdità del sistema speculativo-capitalistico risiede, per esempio, in quelle statistiche che vengono utilizzate come argomento per imporre le politiche internazionali del libero commercio. Sono soprattutto statistiche sulle povertà che misurano il grado di “sviluppo economico” dei Paesi. Il problema è che la povertà di un Paese, solitamente, è determinata dal numero di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno. E tutte quelle persone che vivono con 3, 4 o 5 dollari al giorno sarebbero ricche? rientrano forse nella “classe media”?

Ipocrisia è la capacità di chiudere gli occhi davanti alla realtà, l'arroganza di preparare statistiche ad hoc, l’insolenza di sentirsi nel giusto quando diminuiscono le persone che guadagnano solo 1 dollaro al giorno. Secondo lo Human Development Report (2000) dell’Onu, se nelle statistiche entrassero anche quelle persone che vivono con 3 o 4 dollari al giorno si raggiungerebbero 4,5 miliardi di persone senza una vita dignitosa. E tutto questo per cosa? Per il capitalismo, forse, per il tanto nostro amato sistema di mercato mondiale-neoliberale.
Credo che, a parte ogni giudizio teorico, di qualsiasi disciplina si tratti, la società capitalista si fonda prima di tutto sul terrore. Un terrore che parte dall’esproprio territoriale e che si conclude con l’esproprio individuale, ovvero: della forza lavoro.

È necessario porsi una domanda: come è possibile che per cinquecento anni circa il “mondo europeo” assieme agli Stati Uniti, abbia portato avanti un progresso notevole raggiungendo il benessere economico mentre il resto del mondo è rimasto in una situazione di pura miseria?

Alcuni filosofi e sociologi sud americani (tra i più noti ricordo: Dussel E. e Grosfoguel R.), circa dieci anni fa hanno creato una scuola di pensiero chiamata “giro de-coloniale” nella quale reinterpretano, con una chiave marxiana, la storia capitalistica che inizia con le colonizzazioni e arriva ai giorni nostri. Vorrei seguire e proporvi, questa linea di pensiero che ci potrebbe offrire una prospettiva alternativa.

Secondo gli autori, la società capitalista fu possibile solo perché Cristoforo Colombo sbarcò nelle Americhe. In questo periodo le corone Europee che sovvenzionavano le spedizioni erano in cerca di ricchezze (le prime materie prime, oro in primis) e di nuove terre da sfruttare. Gli Europei consideravano gli Indios non-umani, senza anima, senza il nostro stesso Dio e lontani dalla verità. La maggior parte furono uccisi, i pochi restanti furono privati delle loro terre, delle loro materie prime, delle loro culture e della loro forza lavoro: furono colonizzati, schiavizzati e trattati come animali. Intorno al ’600 lo stesso processo continuò con le popolazioni africane. In questa seconda fase può essere identificata la prima vera e propria rincorsa verso l’accumulazione delle materie prime e di forza lavoro “a basso costo”.Tutto questo, portato avanti da giovani europei che già possedevano uno spirito capitalista e imprenditoriale. Giovani bianchi che in nome di Dio sterminavano e convertivano al cristianesimo i “pelle rossa” delle Americhe e i “negri” d’Africa, resero possibile quella accumulazione che mise le basi per lo sviluppo del sistema capitalista odierno e forse, ciechi dall’oro, stavano uccidendo anche Dio per sostituirlo con il denaro.

Il nostro progresso, la nostra razionalità scientifica, la credenza che la cultura bianca possieda la verità. Una verità che è ritenuta universale e unica, alla quale tutti devono sottomettersi, che è l’espressione contemporanea di una colonizzazione che si può definire culturale. Una verità che pretende di omologare e escludere le diversità e uccidere ripetutamente Dio.
Uccidere Dio significa uccidere tutte quelle religioni (da Lattanzio e Agostino d’Ippona: religàre, cioè maniera dell’uomo di legarsi e relazionarsi alla divinità e al mondo) che ancora resistono nella terra, per sostituirle con l’unica vera Religione: il sistema di mercato capitalista. L’unica maniera di relazionarsi al mondo che rimane, segue i dogmi del capitalismo: individualismo, utilitarismo e profitto come accrescimento esponenziale.

In questo sistema il profitto è il fine che giustifica i mezzi (di produzione) dell’individuo, l’utilitarismo è quel principio etico che permette di vedere l’utilità di una guerra per l’acquisizione di petrolio, una guerra che subito poi si converte in “giusta”. Inoltre una razionalità utilitarista permette di vedere dove risiede il profitto, permette di individuare il mezzo più utile per accrescere il guadagno, esponenzialmente. L’utile risiede nel lavoro non pagato al lavoratore, ed è proprio questo il presupposto base della teoria del plusvalore di Marx.

Una seconda domanda mi sembra ora necessaria: perché la proprietà privata è un componente fondamentale per il sistema capitalista?
Marx distingue fra borghesia e proletariato. La borghesia è quella classe che, proprietaria dei mezzi di produzione, organizza costantemente i meccanismi di produzione e rivoluziona i rapporti di forza durante i periodi di crisi. Il proletariato è quella classe sociale che possiede solo la propria forza lavoro e una prole da mantenere: oggi i disoccupati e i precari.
La “borghesia odierna” invece, si potrebbe identificare con i padroni di imprese transnazionali, con le istituzioni più forti, con coloro che speculano (le banche), coloro che dettano le condizioni necessarie per pagare un debito che mai si estinguerà. Coloro che modificando il nostro sistema di vita e di lavoro alle loro esigenze.

Ne “Il manifesto del partito comunista” Marx individua due tendenze del capitale, che oggi più che mai, si fanno visibili e che ci consentono vedere il senso del nostro sistema di mercato. Il capitale tende ad allontanare la classe dominante dalla necessità di forza lavoro umana creando sempre più distanza fra ricchi e poveri. Le scoperte tecnologiche, meccaniche e robotiche, dimostrano come ci sia sempre meno necessità di mano d’opera da parte della “nuova borghesia”, che in questo modo si assicura così, un profitto in costante crescita. La seconda tendenza del capitale è rappresentata dalla capacità di auto-riprodursi e auto-accrescere, creando il suo valore dal niente.

I dati forniti da Oswaldo de Rivero nel suo libro “El mito del desarrollo” (1998) (il mito dello sviluppo) e uno studio (profetico) del Financial Times ci permettono di comprendere quelle tendenze individuate da Marx e ci permette di capire meglio cosa intendevo per colonizzazione culturale. Secondo De Rivero, oggi, le 38 mila imprese transnazionali e le 250 imprese sussidiarie, utilizzando le migliore tecnologie, danno lavoro solamente a 22 milioni di persone. Tra queste solo 7 milioni provengono da Paesi poveri, cioè meno del 1% della popolazione economicamente attiva di quei Paesi. Ovviamente ciò che serve non è forza lavoro, ma esclusivamente materie prime. Inoltre se negli anni ’60 il 20% della popolazione mondiale più ricca possedeva 30 volte le entrate che possedevano i più poveri, oggi, a causa del mercato finanziario, la relazione è aumentata di 80 volte.

Il Financial Times nel suo report del ’99 Low Commodity Prices fece una previsione per il lungo periodo su come la tecnologizzazione della produzione avrebbe influito sulla diminuzione della forza lavoro e sul calo dei prezzi delle materie prime. Questa tecnologizzazione, infatti, comporta anche una de-materializzazione della produzione.Per de-materializzazione si intende la capacità che stanno acquisendo i Paesi sviluppati, di ri-produrre in laboratorio, attraverso ricerche chimiche e bio-tecnologiche, quelle materie prime come, per esempio: lo zucchero, la vaniglia e il caucho. Come dice il report, esiste già una vaniglia artificiale che sta mettendo in crisi i coltivatori africani. Si stanno facendo studi per l'alterazione del Dna di fiori e pomodori, in modo che possano resistere al freddo dell’emisfero nord. È chiaro che se i Paesi sviluppati riusciranno in queste imprese scientifiche, si abbasserà la domanda di materie prime e in conseguenza il prezzo di queste. I Paesi sotto-sviluppati, che basano la loro economia sull’esportazione di materie prime, si troveranno a guadagnare ben poco dai loro commerci e i loro braccianti avranno ben poco da lavorare.

Quei paesi condannati alla “guerra giusta” teorizzata e osannata da Locke (1632-1704) nel “Secondo trattato sul governo”, quei Paesi sotto-sviluppati che ora più che prima hanno accumulato un grosso debito culturale-economico. Quelle culture che sono ritenute a-scientifiche, non hanno un’etica-morale capitalista e non hanno le strutture per investigazioni tecnologiche che gli permetterebbero di entrare in competizione coi Paesi sviluppati e post-industriali. Evidentemente, in questa nuova rivoluzione capitalista stanno cambiando le dinamiche di produzione e le relazioni di potere.

Colonizzazione, modernità, utilitarismo, progresso, globalizzazione, sono queste le linee guide del capitalismo e del capitale. Sono questi i miti che in nome della ricchezza e del profitto di poche persone lasciano nella povertà buona parte del pianeta e che non accettano la differenza culturale.
Il capitale, globalizzando il mondo, lo ha occidentalizzato, ha sviluppato un’occidentalizzazione culturale che non accetta la diversità, che non accetta la religione (a meno che non sia cristiana e secolarizzata), che non comprende un’etica che non porti all’utile. La stessa occidentalizzazione che categorizza come inferiore qualsiasi cultura che sia minimamente a-scientifica e che tenti di resistere a una concezione del progresso. La questione è: ma, sviluppo tecnologico, rapidità e crescita economica, possono dare felicità e libertà ?

Non possiamo chiudere gli occhi, non possiamo parlare di capitalismo poggiandoci solo su astratte teorie come l’assunzione irrazionale della razionalità dell’agente. Soprattutto non possiamo considerare valida e dignitosa solamente la nostra prospettiva culturale. Sono passati quasi cent’anni da quando Paul Valéry (1871-1945) filosofo, poeta ci richiamava alla responsabilità dei nostri pensieri e delle nostre azioni in un mondo globalizzato grazie al sistema capitalista iniziato nel 1492 e portato avanti negli ultimi decenni dalla “american way of life”: «Il Sistema delle cause che governa il destino di ciascuno di noi, estendendosi ormai alla totalità del globo, lo fa a ogni scossa riecheggiare tutto quanto: non esistono più questioni delimitate, anche se possono esserlo in un singolo punto».

È questo il mio primo contributo al nuovo blog Capitalismo e Salame, che nella sua equivalenza lascia in sospeso il “noi”, quel noi che si presenta come un’interrogazione alla quale è necessario tentare di rispondere. Un contributo che prende spunto da teorie contemporanee che provengono dal Sud America e che rielaborano alcune delle analisi critiche che già fece Marx.

Un primo intervento che non vuole essere l’ultimo, ed è proprio per questo che lascio due domande.
Due domande alle quali, però, non darò risposta, perché si dovrà rispondere, collettivamente. Questo perche rispondere collettivamente significa riuscire a capire, insieme, le sfide che ci propone il capitalismo odierno che forse solo ora, anche grazie alla crisi finanziaria-economica, ci permette di vivere, da vicino e dopo anni di “crescita”, i suoi veri lati fatti di sangue e sofferenza.
Due domande che si rivolgono allo spirito di ogni persona, a quello spirito ormai in affanno nella lunga corsa verso l’acquisizione di ricchezze e assopito dalle regole del marketing. Quello spirito involto in un’etica dell’utile; ma, quello stesso spirito che ci apre alla ri-conoscienza degli errori, all’individuazione delle responsabilità; quello spirito che ci risveglia la coscienza e che ci permette di ri-pensare alle possibilità.

Oswaldo de Rivero ci chiede “Come riprodurre una economia di mercato e una società di consumo in Paesi latino americani, asiatici e africani che hanno più del 40% della loro popolazione nella povertà, vivendo con meno di due dollari al giorno? [...] Come chiudere la enorme distanza tra Paesi ricchi e poveri senza intaccare seriamente l’ecologia del pianeta?

E io umilmente voglio chiedere: come è possibile che, se veramente come teorizzava Nietzsche (1844-1900) “Dio è morto”, e la caduta del muro di Berlino ha posto fine alle ideologie, non si riesca ora a riconoscere che le regole del gioco si possano, insieme, “poeticamente” cambiare, sovvertire, discutere e ri-creare?
Ugo Castellani

Cari lettori, ho ospitato molto volentieri nel mio blog Ugo Castellani. È un mio grande amico, forse fratello, un filosofo. È nato a Fano nel 1987. Ha studiato filosofia etico-politica all’Università di Roma Tre, dove ha conosciuto i membri del gruppo artistico “arte malata”. È con questo collettivo che ha esordito nella poesia italiana nell’inverno 2008 nell’antologia poetica editata da Terre Sommerse “Arte Malata” . Ha collaborato diverse volte con il “Nuovo circolo di Eleusi” per l’allestimento di spettacoli teatrali e per la produzione di un cortometraggio. Con la stessa casa editrice, nel giugno 2011, pubblica il suo secondo libro scritto assieme a Francisco Espejov,: Libro Prova 1 (il regalo pasquale è proprio l’anteprima di questo secondo volume). Da settembre vive a Granada, dove sta frequentando, un master di filosofia contemporanea presso la Universidad de Granada.


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