Anamorfosi
9 Aprile Apr 2012 0841 09 aprile 2012

Elogio del singolare, ovvero l’arte di non dare certi consigli

Sotto la dittatura del “si dice” e del “si fa”, altrimenti non “si è”, la vita è un tormento. L’essere umano diventa un misero Sisifo, che spinge la sua pietra fin sulla cima di una montagna, poi il masso ricade e la fatica ricomincia, eterna. Su quella cima si trova tutto quello che schiaccia la particolarità di ciascuno, per annichilirla in una omologazione che è solo parvenza. Come lo è l’ideale, che in quanto tale non è, non c’è, ma ci si ostina a volerlo far esistere, per consumarsi fin nel corpo – come si fa con l’anoressia – nel tentativo, sempre disperato, di raggiungerlo.
La bellezza ideale, l’uomo ideale, la donna ideale, il matrimonio ideale, la vita ideale. Che cosa sono se non costruzioni tutte umane, ma tanto potenti da diventare padroni da servire. E ad ogni costo, persino quello di risultare stranieri a se stessi, completamente espropriati di quella singolarità – per quanto nevrotica, o un po’ folle – che rende unica la persona. Così, ci si condanna a portare fardelli pesanti, ad ognuno il suo, che tuttavia non sono altro che sacchi pieni di niente (perché ne sono convinta: il niente pesa in tutte le sue forme). Niente nel cui nome ci si arroga il diritto di dare certi consigli: “Lavora di meno”, “Esci di più”, “Divertiti”, “Conosci gente”, “Trovati un/a fidanzato/a”; oppure: “Sposati”, “Fai un figlio”, “Prenditi del tempo per te”. Eccetera.
Beati nella propria ignoranza (e dunque spesso – come si dice – “in buona fede”), si crede di sapere qualcosa dell’altro, o di come “si vive”; si crede di parlare da uomini liberi, senza accorgersi che in realtà si sta solo dando fiato alla bocca asciutta del “faccio cose, vedo gente”. O dell’“è così che si fa”. O, peggio ancora, del “fai come me”. Il che vuol dire: “Vivi anche tu nella menzogna che mi racconto io”.
Sotto la dittatura del “si dice” e del “si fa”, il dolore in quanto espressione di una soggettività e della sua storia non trova posto, né parole. Il suo destino è quello della negazione, o della rimozione, perché occorre realizzare un mito che più falso non si può: quello della felicità intesa come totale assenza di perturbazioni, la pienezza dell’uomo-palla platonico, che rotola gongolante e insolente, perché nulla gli manca. Non a caso Zeus lo punisce dividendolo in due metà, che conosceranno la mancanza e il desiderio, e nel tentativo di ritornare a fare “uno” – cioè negando la loro separazione e la loro differenza – andranno persino incontro alla morte; non si sopravvive certo restando incollati.
La vita non è quiete paradisiaca; non lo sono i sentimenti, né le relazioni. Certamente non lo è l’amore, che fa sempre enigma, perturba equilibri. E niente è più fuorviante del credere che esistano risposte universalmente giuste ed altre universalmente sbagliate. Ciascuno è chiamato a trovare il suo modo, unico, singolare. È questo il bello. È questa la fatica. C’è infatti chi cede alla pigrizia: o non ne vuole sapere; o delega, attendendo che le proprie risposte vengano da un altro che dica come “si fa”. Poi la pietra rotola giù. E si è punto e a capo.

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