La Nota Politica dei Ventenni
9 Aprile Apr 2012 1351 09 aprile 2012

Giovani Meridionali: Noi, il Sud e un destino di emigrazione

Matteo e Raffaella sono due giovani siciliani che, come molti altri loro conterranei che non abitano nei dintorni di Palermo, sono strati costretti a farsi ore interminabili di pullmann, per arrivare all'aereporto di Punta Raisi.
Là fuori, in una pista lontana dai normali imbarchi e ancora più disagevole da raggiungere, li attende il loro volo low cost RyanAir. Destinazione Londra e Oslo. Sempre la vecchia e cara Europa, ma non più Italia. Lontano, anche se a malincuore, da questo Paese.

Via, forse per sempre, alla ricerca, come un tempo fecero i loro nonni, di un destino migliore. Di quelle possibilità, che si rischia di morire ad inseguirle, dice Matteo con un sorriso cinico e denso di tristezza.
Carichi di valigie e pacchi, testimoni silenti di una pasqua in famiglia e di una lunga lontananza da casa, hanno il volto stanco e dalla voce, a volte rotta, con cui mi raccontano la loro storia, sembrano consapevoli dell'ineluttabilità del loro partire.

Un andare necessario e indispensabile. Per non tornare.
Le loro, sono due delle tante storie di emigrazione e sofferenza giovanile che passano da questo aereporto. Che lasciano questo Sud infame, senza più gloria. Né prospettive da offrire.

Ogni volta che lascio questa terra, la mia terra, non riesco a capacitarmi– racconta Matteo, 31 anni, laureato a Catania in Biotecnologie – che qui sia nata nell'epoca classica la cultura e la scienza. Non riesco a pensarla centro di un mondo che fu, quando oggi neanche le ceneri sono rimaste.
Ho un biglietto di sola andata. So che passerà molto tempo perchè possa tornare. E la coscienza di questo fa ancora più male della partenza stessa. E' un tradimento delle mie radici, delle mie origini, del mio Paese. Ho pensato a lungo se accettare l'offerta del centro di ricerca londinese, dove sono diretto. Mi sentivo un traditore, un codardo ad abbandonare l'Italia nel momento più difficile, ma non ho avuto altra scelta. Il settore della ricerca, in Sicilia inesistente, in Italia molto sofferente soprattutto nel settore pubblico, soffre l'assenza di investimento statale e il più profondo disinteresse della politica.
D'altronde qui se hai un'idea, nessuno, Stato compreso, ti aiuta. L'Italia non è un paese per start-up”

Da Palermo, come dalla Sicilia intera, sono tanti i giovani che emigrano. Oggi, come allora. Qui in Sicilia, c'è sempre una crisi da cui partire.
Lasciano casa, affetti, famiglie. Alle spalle il lavoro che non c'è, le ditte che non assumono o chiudono, il costo della vita che aumenta, la formazione universitaria che non assicura più un impiego. Loro come i nonni e i padri, che mai avrebbero pensato che altri sarebbero dovuti partire.
E invece dalla Sicilia si parte e si emigra. E, quasi sempre, non si torna più.

Raffaella ha 28 anni, è di Erice, un piccolo paesino in cima ad una rocca, in provincia di Trapani. Dopo una laurea in lettere, a Palermo, si è specializzata nello studio delle culture nord-europee e ha vinto – come racconta con fierezza – un borsa di studio, concessa dalla Comunità Europea, per approfondire i suoi studi ad Oslo, in Norvegia. La borsa è di 18 mesi, prorogabile a discrezione dell'ateneo norvegese. In base ai risultati e gli obiettivi raggiunti.
Di fronte al clima scandinavo, l'unica cosa che vorrebbe portare con sé dall'isola è il clima caldo e la la filosofia di vita. Di tutto il resto, nulla.

“Consiglio - dice Raffaella – ai maturandi di non iscriversi a lettere. E'un suicidio. Pochissime opportunità, mal pagate e nessuna prospettiva di stabilità. Oggi, senza la buona conoscenza delle lingue e una preparazione scientifica hai poche chances di poter partire.”
Ma il problema non sono solo gli studi e la preparazione universitaria. “ Sono anche i soldi”, continua. “La mia famiglia ha fatto debiti per mandarmi all'estero a studiare bene l'inglese e per frequentare corsi di specializzazione, che data la particolarità dei temi, solo alcune università private del Nord offrivano”.
“Io vorrei tornare un domani, ma come si fa? Per fare cosa? Per ritrovarmi precaria a Palermo in un call center come le mie amiche? 500 euro al mese, dimissioni in bianco e nessun diritto. Prendere o lasciare! No, non lo so.”

In queste vacanze pasquali, che hanno sempre meno a che vedere con la festività religiosa, c'era ben poco da festeggiare. E' difficile, in questi mesi, avere vent'anni in Italia. Figuriamoci a Sud.
Perchè sotto Roma è Sud.

E qui si vede. Si sente. Appare prepotente dalle mancanze. Dalle assenze di servizi. A volte, dalla latitanza dello Stato. La legalità e la cultura della legalità, infatti, sono il primo incentivo a qualunque tipo di crescita e sviluppo.

Capitali stranieri non vengono, perchè, oltre ai costi della pletorica burocrazia, devono sostenere anche quelli della criminalità organizzata. La qualità formativa e culturale è lontana dagli standard del Settentrione. La mentalità, dalle piccole alle grandi cose, è abituata e formata a sopravvivere in un giungla senza regole.
Ma se tutti se ne vanno senza tornare, qui sarà sempre peggio. La depressione economica si sommerà alla desolazione. In una spirale perversa di inaridimento collettivo.

I sogni, le ambizioni, le speranze di un ventenne meridionale si tramutano nell'angoscia della certezza di un futuro incerto e instabile e, per chi può, in quello di un emigrato.
C'è chi parte a 18 anni, di famiglia perbene e agiata, e va a studiare a Roma o Milano, comunque al Nord. Partono e promettono alla madre di tornare. Tranquilli, rassicurano la famiglia, ci vediamo presto. Mi laureo e torno.Dopo tre, quattro anni di assenza e lontananza, messi a confronto la depressione della terra che lasciano e le opportunità formative e lavorative delle città in cui studiano, “quelle del Nord”, il proposito perde consistenza, fino a tramutarsi nel convincimento opposto.

Si parte, per non tornare. Questa è la legge non scritta del Meridione. Lo è sempre stata e chissà per quanto ancora lo sarà.
E la colpa, la colpa di chi è? Tante cause e concause, che rendono “la questione meridionale” un'enigma irrisolvibile.

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