Alessandro Da Rold
Portineria Milano
11 Aprile Apr 2012 1524 11 aprile 2012

Attento Maroni, «la Manuela» non molla e continua a portare i pantaloni in casa Bossi

Tiene botta Manuela Marrone, moglie dell’ex segretario federale della Lega Nord Umberto Bossi, travolta con i figli dalle indagini di ormai cinque procure italiane sull’ex tesoriere Francesco Belsito. E con lei non molla la vicepresidente del Senato Rosi Mauro, tra chi in questi anni ha rispettato sempre il ruolo della «Manuela», fondatrice e proprietaria del simbolo del Carroccio. «Se Maroni e i suoi barbari pensano che me ne vada si sbagliano di grosso», avrebbe confidato la madre del Trota Renzo in queste ore, alle poche persone a cui permesso visitare la casa di Gemonio, quartie generale del cerchio magico.

Del resto, se la «badante» Mauro continua a non lasciare il suo scranno al Senato («A Bossi ho detto di no») un motivo c’è. Sta tutto nella resistenza della Marrone. Perché, come chiosano i leghisti «la Mauro non è altro che il volto politico della Manuela». Ma dietro a questa resistenza sta iniziando a configurarsi un gioco alquanto complesso e intricato, che potrebbe frenare l’avanzata di Roberto Maroni alla leadership del Carroccio. Dietro la Marrone, infatti, stanno iniziando ad alzare la cresta diversi padani che in questi mesi hanno bazzicato il cerchio magico. Anche per questo motivo l'ex capo del Viminale vuole fare in fretta per fare pulizia. Oggi è stato in procura. E in Bellerio segue passo passo il nuovo tesoriere Stefano Stefani che urla a più non posso per avere chiarezza sui bilanci. Ma soprattutto vuole i congressi. Il più importante quello federale già in giugno.

Dalla Liguria al Veneto è forte la paura che Maroni insieme con il prossimo segretario nazionale Veneto Flavio Tosi possano dare il via alle epurazioni minacciate in questi giorni. Per questo da Venezia e Treviso c'è chi vuole il governatore Luca Zaia come segretario, per provare a ostacolarlo e tenere il ruolo acquisito. E così, pure Giacomo Chiappori dalla Liguria ha già rimandato al mittente le dichiarazioni di Bobo sull’unica corrente dentro la Lega. «Mai sono stato e mai sarò un Barbaro sognante, ma ho sempre avuto un sogno: quello di uno stato federale che rispondesse al concetto di padrone a casa nostra», ha detto. Lo stesso Monica Rizzi, assessore allo Sport in regione Lombardia, che ha minacciato in un’intervista ad Affaritaliani di uscire dalla Lega «se Maroni dovesse diventare segretario». Ma allo stesso modo ha fatto il governatore Roberto Cota, che ha rivendicato anche oggi come unica leadership quella di «Umberto Bossi».

Insomma se la Manuela non molla, non mollano neppure gli altri. Del resto, fanno presente i barbari e i non barbari, la moglie del Capo oltre ad aver fondato la Lega Lombarda nel 1984, era anche presente nel 2000 di fronte a quel notaio milanese che avrebbe ceduto il simbolo leghista al leader del Pdl Silvio Berlusconi. Fatto quest’ultimo che è stato smentito in un'intervista a Repubblica pure da Aldo Brancher, deputato di collegamento tra leghisti e pidiellini, ma su cui Maroni vuole vederci chiaro. Non è un caso che già da alcuni mesi il ministro dell’Interno si sia mosso per capire a chi appartiene davvero l'Alberto Da Giussano. Per farlo, dovrà passare per la Manuela, che dimissioni del Trota a parte, dimostra di portare ancora i pantaloni in casa Bossi.

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