Lezioni di Tango
13 Aprile Apr 2012 1824 13 aprile 2012

Essere giornalisti in Messico

‘Qual è il suo protocollo di sicurezza?’ Una volta mi chiese una giornalista spagnola che mi intervistava sulla copertura mediatica dei narcos nel nord del paese.
Risi. Pensai un minuto, e le risposi: “Nessuno. A volte mi raccomando a Dio, alla Vergine e a tutti i santi.”

Così inizia l’articolo della giornalista messicana Sanjuana Martinez, Ser Periodista en Mexico, pubblicato sul sito della rete giornalistica latinoamericana CosechaRoja.

Mi sembrava opportuno rilanciarlo alla vigilia dell’apertura ufficiale della Cumbre de las Americas, di cui ho già scritto qui qualche giorno fa.

Un paio di giorni fa, Amnesty International ha fatto appello al Senato messicano affinché venga approvata una legge che tuteli l’incolumità fisica di giornalisti e degli attivisti per i diritti umani (trattandosi di Amnesty).

L’organizzazione ha ricordato – quasi ce ne fosse stato bisogno – che il Messico è il paese più pericoloso in America Latina per fare giornalismo.

Ottantacinque reporter sono stati ammazzati nel paese negli ultimi undici anni. Fucilati, bruciati vivi, decapitati, torturati.

Quattordici ancora mancano all’appello, mentre il numero di attivisti che hanno perso la vita dal 2006 al 2010 è di 61 (+180% di aumento dei casi di attacchi contro volontari e membri delle varie ONG che si battono per il rispetto dei diritti umani).

L’hashtag per la campagna Amnesty, su Twitter, è #LeyProtección – se mai può servire a qualcosa.

Mi piace terminare con le parole di Sanjuana Martinez, che nel suo articolo – se avete voglia di leggerlo - racconta di un’ordinaria giornata di giornalismo e del suo più fedele compagno: il proprio istinto di sopravvivenza.

“In Messico lavoriamo tra due fuochi: la violenza del crimine organizzato e quella dello Stato. Informare della violenza del narcotraffico è accettabile, però quando informiamo della violenza dello Stato ci convertiamo automaticamente in nemici della patria. Non è cosa ben vista raccontare delle atrocità commesse dalla polizia, dall’esercito e dalla marina. Lo stato possiede strumenti, come quello di Iniciativa México, per controllare il flusso di informazioni; il narco offre il dilemma tra soldi o piombo, ma alla fine i giornalisti si trovano nel mezzo di un fuoco incrociato.”

Un’organizzazione, Articulo 19, ha pubblicato uno straordinario rapporto che informa rispetto alle 172 aggressioni relazionate all’esercizio della libertà di stampa avvenute in Messico l’anno passato.

“Il dato che più salta all’occhio è che il 41.86% degli attacchi alla stampa è stato commesso da funzionari pubblici e governativi di diverso livello, mentre solo un 13.37% sono attribuiti alla criminalità organizzata. Questo conferma i nostri peggiori pronostici: allo stato non importa dei giornalisti, nonostante il Governo continui a ripetere che ad ammazzarli è il crimine organizzato.”

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