A mente fredda
16 Aprile Apr 2012 2238 16 aprile 2012

(II) Perché l'università "all'americana" oltreoceano sembra così europea?

Riprendo qui la discussione iniziata ieri su alcune delle più qualificate critiche a livello internazionale all’esperienza di riforma della qualità dello spazio universitario europeo, nota sinteticamente come Bologna process, in cui l’Italia è direttamente coinvolta.

In diversi punti del post precedente, dalla caffeinica metafora iniziale all’accenno finale a una commissione americana quasi interessata a importare negli USA proprio quei caratteri che gli europei considerano “americani”, si è detto abbastanza chiaramente che l’idea di creare un modello universitario simile a quello americano in realtà sta creando qualcosa di piuttosto distante.

L’idea può essere articolata ancora meglio prendendo in considerazione il fatto che un “sistema” universitario statunitense non esiste, quantomeno come entità organica. Esiste un complesso di sedi pubbliche e private, organizzate da diversi soggetti con diverse finalità nel corso del tempo, che hanno finito, levigate dalle scelte degli studenti e delle loro famiglie e dal successo o fallimento di certi tentativi di ritagliarsi una posizione, per svolgere funzioni tra loro diversissime.

Chi vuole costruire una rete di centri di formazione e ricerca al livello della Ivy League (obiettivo sostanzialmente dichiarato della “corsa” all’eccellenza bibliometrica e di una gestione dei finanziamenti che si vuole improntata senza fallo alla promozione degli istituti migliori) non tiene conto in primo luogo che quel pugno di università coesiste con migliaia di atenei, privati ma anche più spesso pubblici, di grandi dimensioni e pensati al servizio delle communities locali e statali, il cui esempio forse più noto è Madison nel Wisconsin, che rappresentano la spina dorsale di una distribuzione dell’istruzione superiore di massa, e che avendo maturato altri obiettivi non possono certo compiere le loro scelte di investimento con criteri identici a quelli di Harvard e Yale.

Si dimentica poi che, al di là del sistema di rette e spese degli studenti, le università private più note hanno consolidato, nel corso di diversi decenni, patrimoni enormi che permettono di salvaguardare nel contempo qualità e autonomia a tutto campo, e che nessun governo potrebbe investire in tempi brevi su una sola istituzione.

Infine, c’è da chiarire il fatto che questo passaggio da un modello sviluppato e mantenuto in autonomia a un malriuscito tentativo di riproduzione rigida e forzatamente omologata attraverso un onnipresente metro quantitativo si comprende appieno se si prende in considerazione che, nell’ottica dei promotori del processo di Bologna, il tratto distintivo dell’efficienza universitaria americana era la “commercializzazione” della produzione culturale. Così, infatti, proprio Greenwood spiegava già sei anni fa la piega che stanno prendendo le cose in Europa al Trans-Atlantic Forum on the Future of Universities tenutosi a Copenaghen:


“Commercializzazione” significa che gli studenti si debbono considerare come consumatori dell’insegnamento, che i ricercatori diventano subappaltatori nella distribuzione della conoscenza ai settori produttivi pubblico e privato, e che le università devono sempre più finanziare le loro attività con la vendita di conoscenza e il conseguimento di brevetti. Gli studenti diventano personalmente responsabili di quanto imparano, i ricercatori devono trovare da soli i fondi per i loro progetti, e sono ricompensati individualmente, sia in termini di posizione lavorativa che di paga, il numero delle posizioni strutturate decresce, mentre i contratti a tempo determinato diventano sempre più comuni, e gli accademici sono valutati in base alla loro produzione proprio come se stessero lavorando in fabbrica.


Ci sarà modo di verificare quanto questo pericolo di effettiva degenerazione del rapporto tra università e società parta da istanze di qualità e di continuità nella produzione culturale tutt’altro che illegittime. Quello che qui occorre sottolineare è, da un lato, che l’omologazione in senso quantitativo del “prodotto” universitario sembra acquisire un valore strategico per la sua “vendita”; dall’altro, che questa impostazione, prima di consolidarsi agli inizi del XXI secolo proprio con i primi esiti del Bologna process, ha iniziato a manifestarsi in questi termini e con questa intensità nel vario mondo dell’istruzione superiore statunitense soprattutto con gli anni Ottanta-Novanta, senza esserne per forza un tratto costitutivo.

Sicuramente, la natura privata di tanti istituti ha sempre reso necessario un rapporto con gli studenti di natura diversa da quello che col tempo ci siamo abituati a considerare noi europei; tuttavia, sintetizzando al massimo un percorso che ho già detto complesso e ricco di rivoli, gli USA si sono pienamente attrezzati a un ruolo di leadership globale della conoscenza nel corso della guerra fredda, di fronte a una massiccia campagna di finanziamenti statali per l’utilizzo dell’“arma” scientifico-culturale in ogni campo del sapere. Non parlo solo delle applicazioni militari o di “guerra psicologica” delle scienze naturali e sociali, ma anche e soprattutto dei grandi investimenti nella produzione intellettuale che meno rispondeva a logiche di natura commerciale, e che era finalizzata soprattutto al conflitto di posizione che la “guerra fredda culturale” imponeva di combattere sul piano dell’arte, del recupero del passato, della speculazione filosofica.

La definitiva distensione e poi la fine del confronto con l’URSS hanno finito per restringere l’interessamento pubblico al finanziamento di attività accademiche non immediatamente utilizzabili, e hanno portato molte sedi a impiegare gli imponenti apparati di ricerca messi in piedi nel reperimento di fondi attraverso altre filiere. Questa scelta, tra l’altro, ha suscitato resistenze: essa deludeva infatti le aspettative di molti docenti e ricercatori che avevano vissuto il periodo di stretta collaborazione con le autorità federali come un momento di relativa limitazione della loro libertà di ricerca e di insegnamento, e che speravano di poterla riacquistare tutta intera con la fine della minaccia sovietica, insieme a un più “sano” ruolo di operatori intellettuali attenti alle necessità della società che li circondava. In conclusione, quindi, a differenza di quanto si crede la “commercializzazione” dell'accademia e del suo ruolo sociale non è stato uno dei propulsori dell’efficienza americana, ma è un elemento relativamente recente e assai discusso.

(leggi la terza parte)

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