Amicilegali
19 Aprile Apr 2012 1350 19 aprile 2012

Posta elettronica,rapporto di lavoro e privacy

Durante la consueta colazione del sabato con le amiche, una di queste - che ha appena cambiato lavoro - mi formula una domanda, che divenuto lo spunto per scrivere questo post.

Può il datore di lavoro controllare l’e-mail personale e/o aziendale del proprio dipendente e, pertanto, pretendere di conoscerne la password di ingresso?

La risposta non è così scontata.
La posta elettronica è, infatti, a mente dell’art. 5, Legge 23 dicembre 1993, n. 547 equiparata alla posta epistolare e, pertanto, i messaggi via e-mail sono soggetti alle medesime regole di riservatezza e inviolabilità che tutelano la posta.
La segretezza della corrispondenza è tutelata nel nostro ordinamento dalla Carta Costituzionale.
L’art. 15 della Costituzione recita: “La liberta’ e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili”.
Non solo.
A tutela di tale principio, il codice penale punisce “chiunque prende cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta, ovvero sottrae o distrae, al fine di prenderne o di farne da altri prendere cognizione, una corrispondenza chiusa o aperta, a lui non diretta…” (art. 616 cod. Pen.).
Conseguentemente si può affermare che il nostro ordinamento equipari espressamente la corrispondenza telematica a quella tradizionale.
Occorre però sin da subito precisare che il presupposto per la configurabilità del reato ex art. 616 c.p. è che si tratti di corrispondenza chiusa.
Ed ecco il problema: quando l’e- mail può essere qualificata come corrispondenza chiusa? E quando invece può essere considerata aperta e, pertanto, accessibile da parte del datore di lavoro?
Bisogna distinguere due ipotesi, l’indirizzo e-mail personale del lavoratore da quello fornito dal datore di lavoro.
La distinzione non è di poco momento.
Andando per ordine.
L’utilizzo dell’e-mail personale.
Tale strumento viene equiparato in tutto e per tutto alla corrispondenza chiusa, pertanto, il datore di lavoro non avrà il diritto di accedere e/o controllare la posta del dipendente. Ciò non di meno, il dipendente deve sempre stare allerta. Infatti, il datore di lavoro potrebbe comunque contestare l'inadempimento contrattuale se l’utilizzo di tale strumento ha inciso sull’attività che il lavoratore avrebbe dovuto svolgere (sanzioni disciplinari fino al licenziamento).
Diverso è invece l’ipotesi in cui vi sia l’utilizzo da parte del dipendente di un indirizzo di posta elettronica fornita dall’azienda (es: Tizio@nomedeldatoredilavoro.it).
In tale ipotesi la giurisprudenza ritiene che l’e-mail sia aziendale non possa essere qualificata come corrispondenza chiusa.
Pertanto, la condotta del datore di lavoro che prende cognizione del contenuto della posta elettronica del proprio dipendente non puo’ integrare alcun tipo di reato.
Questo secondo caso vede in contrapposizione il il diritto del datore di lavoro di verificare che il lavoratore non abusi della e-mail (che richiama comunque l’azienda o l’ufficio di appartenenza del dipendente) a quello del lavoratore a veder tutelata la propria privacy.
Proprio su tale argomento è intervenuta una deliberazione del Garante (la n. 13 del 1° marzo 2007: Linee guida per la posta elettronica ed internet. Vedi: http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1387522).
Il ragionamento del Garante, mio Professore all’Università, tenta di trovare un punto di equilibrio fra gli interessi contrastanti.
In particolare, l’Authority prevede la liceità dei controlli aziendali sulla posta elettronica il cui account sia stato fornito dal datore di lavoro al dipendente, per svolgere la propria attività.
Tale controllo però deve essere attivato dal datore di lavoro attenendosi a prescrizioni numerose e stringenti (che ritrovate nell’indicata deliberazione).
Tra di esse ne segnalo alcune concernenti l'obbligo di indicazione da parte del datore di lavoro ed attinenti:
- alle modalità corrette di utilizzo degli strumenti forniti al lavoratore;
- alle modalità di effettuazione dei controlli;
- eventuale adozione di un disciplinare interno;
- adozione delle misure di tipo tecnico e tecnologico per l’accesso alla rete Internet (black list; filtri, log; autoresponder).
In ultimo, sempre sul punto, una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (23 febbraio 2012, n.2722, Corte di Cassazione – Sezione Lavoro) ha ulteriormente approfondito in quali circostanze il datore di lavoro è legittimato ad effettuare controlli sulla posta aziendale, affermando come i controlli del datore di lavoro finalizzati a trovare riscontri a comportamenti illeciti del dipendente, siano del tutto leciti. I giudici di Piazza Cavour, infatti, affermano: “il datore di lavoro ha posto in essere una attività di controllo sulle strutture informatiche aziendali che prescindeva dalla pura e semplice sorveglianza sull'esecuzione della prestazione lavorativa degli addetti ed era, invece, diretta ad accertare la perpetrazione di eventuali comportamenti illeciti (poi effettivamente riscontrati) dagli stessi posti in essere. Il c.d. controllo difensivo, in altre parole, non riguardava l'esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro, ma era destinato ad accertare un comportamento che poneva in pericolo la stessa immagine dell'Istituto bancario presso i terzi.
In questo caso entrava in gioco il diritto del datore di lavoro di tutelare il proprio patrimonio, che era costituito non solo dal complesso dei beni aziendali, ma anche dalla propria immagine esterna, così come accreditata presso il pubblico. Questa forma di tutela egli poteva giuridicamente esercitare con gli strumenti derivanti dall'esercizio dei poteri derivanti dalla sua supremazia sulla struttura aziendale.
Tale situazione, ad una lettura attenta, è già esclusa dal campo di applicazione dell'art. 4 dalla sopra citata giurisprudenza (che già esclude dai controlli difensivi vietati quelli aventi ad oggetto la tutela di beni estranei al rapporto di lavoro, v. Cass. n. 15892 del 2007 cit.)
”.
Naturalmente, a tali controlli pretensivi vi è un limite che la Corte di Cassazione ribadisce: l“esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti non puo' assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignita' e riservatezza del lavoratore".
Alla luce di quanto affermato dall’Authority e dalla Cassazione, sarebbe quantomeno opportuno che, nell’utilizzo di un account aziendale, tutti fossero ben consapevoli, la mia amica in primis, dell’eventualità che il contenuto delle e-mail inviate/ricevute possa, in futuro (e nei limiti suesposti), essere letto dal proprio capo (…).
A.M.


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