Mambo
20 Aprile Apr 2012 0746 20 aprile 2012

Con Casini, con Hollande o con Monti? Il Pd, nel dubbio, sta fermo

Il dinamismo dei moderati convince sempre più che la stagione del governo Monti sta per finire. Certo tutto potrebbe cambiare se ci fosse una nuova impennata drammatica dello spread che convincerebbe anche i più recalcitranti a lasciar lavorare i tecnici. Ovvero se ci fosse un’alzata d’ ingegno, cioè un’ “ideona” politica, del premier a rimettere tutti in riga. Tuttavia il treno del voto è partito e di fronte a sondaggi che danno in aumento l’astensione, in crescita Grillo, in pole position Bersani è del tutto ovvio che i moderati di tutti i colori comincino a preoccuparsi.

I cantieri sembrano due: il primo è quello di Berlusconi che, pur fuori gioco personalmente, non intende star fermo e l’incontro con Montezemolo conferma il vaticinio di molti mesi fa di Vittorio Feltri che di fronte alle prime mosse politiche del patron della Ferrari lo invitava ad aspettare il tempo in cui sarebbe stato il successore del Cavaliere. Assai più vivace si è fatta invece l’iniziativa di Casini che non sa più che farsene di Rutelli e di Fini, tanto meno di Bocchino, e guarda ai fuggitivi del PdL, Pisanu in testa, ai leghisti in libera uscita e anche a settori del Pd. In questo partito pochi hanno fatto caso a una rivistina patinata chiamata “Il Domani” edita dal gruppo di Giuseppe Fioroni e Lucio D’Ubaldo, parlamentari della ex corrente di Franco Marini. I due chiedono esplicitamente al Pd di avviare il proprio superamento e di “farsi centro”, né va dimenticato che poche settimane fa pretendevano che lo stesso partito si schierasse contro Hollande e a favore di quel Bayrou che probabilmente è il primo ministro che Sarkozy nominerà in caso di vittoria.

Per farla breve Casini, i cui sondaggi sono immobili, sta cercando di movimentare la scena per cercare di prenderne il centro. In tutto questo agitarsi solo il Pd non ha altro da proporre che se stesso. In verità gli osservatori attenti delle cose piddine stanno notando un costante movimento della sua leadership verso posizioni neo-socialdemocratiche. Non siamo ancora al grande annuncio per diverse ragioni. La prima è che si aspetta Hollande. La sua vittoria incoraggerebbe, la sua sconfitta deprimerebbe. La seconda ragione sta nel fatto che il mondo della sinistra si potrebbe rivelare un po’ stanco di questa oscillazione fra liberalismo e socialdemocrazia. Nei partiti di sinistra europea questa oscillazione c’è sempre stata ma non ha avuto bisogno di sfasciare formazioni politiche e di crearne di nuove e in ogni caso ha sempre provocato ricambi nel gruppo dirigente che qui in Italia vengono invece accuratamente evitati. La terza ragione è che non sappiamo ancora come stanno evolvendo i rapporti interni al Pd.

Della componente Fioroni si è già detto: questi ragazzi, prevalentemente insediati nel Lazio, vorrebbero andarsene ma non sanno quando conviene farlo. Comunque prima o poi accadrà. Invece c’è il grande dubbio su quella ammucchiata montiana che va da Veltroni e Renzi e che non sa che pesci prendere. Non lo sa perché non se la sente di essere montiana fino in fondo e non se la sente di aprire un conflitto nel partito in un momento di vigilia elettorale con una legge elettorale probabilmente immutata. In tutto questo bailamme ciò che merge è l’immobilità del Pd. Secondo la regola che stando fermi si evitano cazzate.

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