Il piacere del testo
20 Aprile Apr 2012 1515 20 aprile 2012

Le tante anime della Fiera del libro di Londra

Si è chiusa da un paio di giorni la più quieta e riflessiva Fiera del libro di Londra a cui abbia avuto occasione di partecipare. Come sempre gli inglesi, seguendo le regole di un pragmatismo che spesso sfiora la brutalità, mostrano le trasformazioni del mondo, in questo caso quello dei libri, con più immediatezza di chiunque altro.
La fiera, giusto per darvi un'idea di come possa essere strutturata, è un grande padiglione organizzato su due livelli. Al piano terra gli editori inglesi (e qualche associazione di editori europei) allestiscono i propri stand (come in qualsiasi altra fiera): libri esposti alle pareti, qualche seggiola e qualche tavolino sparsi qua e là. Chi fosse incuriosito, può sfogliare i cataloghi, qualche libro, chiedere informazioni. I corridoi di questa parte dell'esposione sono permanentemente affollati. In parte da professionisti, in parte da semplici curiosi: chi guarda le copertine altrui, chi incontra un editore straniero a cui professionalmente si sente affine, chi semplicemente ama i libri ed è lì per vederne di nuovi e in gran quantità.

Questo spazio, che non è altro che una grande libreria affollata da editori, è sovrastato da una grande balconata a cui si accede da una scala mobile. E' il secondo livello, a cui hanno ingresso solo gli agenti letterari e quanti con gli agenti hanno un appuntamento. Lo spettacolo è abbastanza impressionante: una vasta distesa di piccoli tavoli, ciascuno con quattro sedie attorno. Non ci sono pareti divisorie: immaginatevi un campo da calcio su cui sono disposti in ordine perfetto tavoli e sedie, ognuno occupato da un agente che conversa fittamente con il cliente di turno (mezz’ora a testa, non di più). Qui le agenzie letterarie presentano libri e progetti di libri che ancora non esistono a editori che provengono da ogni angolo del mondo in cerca di un capolavoro letterario o di un ipotetico bestseller (tutto da verificare, perché non è mai scontato che un successo nel mondo anglosassone sarà tale anche una volta tradotto).

Accanto a questo padiglione, che con i suoi due livelli è considerato il cuore della fiera, il luogo in cui tradizionalmente accadono le cose importanti e che è immutabile negli anni, esiste un altro padiglione, che si è aggiunto in anni recenti, in cui trovano spazio gli stand delle “potenze emergenti”: Cina, India, Turchia, Amazon e tanti piccoli e medi imprenditori digitali che si stanno facendo spazio nel mondo del publishing. Qui i grandi agenti e i loro clienti vanno in maniera più estemporanea, con curiosità e forse con paura. E’ un padiglione molto ben illuminato, in cui quest’anno la cultura editoriale cinese e quella digitale esprimevano se stesse in maniera trionfale, con stand di dimensioni e ricchezza che solo pochi grandi gruppi anglo-americani ancora si permettono.

Gli editori alla fine di ogni fiera spesso raccontano ai giornalisti culturali di grandi acquisizioni. Quest’anno però non hanno avuto grandi notizie con cui nutrire le pagine della cultura: nessuno, a parte pochissimi casi, si è avventurato in folli aste al rialzo per aggiudicarsi i diritti di traduzione di un libro, che fosse un romanzo o la biografia di un grande personaggio. A quei piccoli tavolini occupati dagli agenti e dai loro clienti si è discusso per lo più di cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro. Gli editori e gli agenti americani e inglesi hanno finalmente iniziato a incassare qualche buon assegno dai librai digitali (anche se ancora non sufficiente a coprire quanto è stato perso nelle librerie tradizionali). Il resto d’Europa invece, che per ora ha visto una crescita del mercato digitale all’1 o 2 per cento del totale, guarda incuriosito ai propri colleghi d’oltreoceano e d’oltre manica e si lascia volentieri ispirare dal loro ottimismo. Pochi danno l’impressione di occuparsi davvero di che cosa stia accadendo nell'altro padiglione. Ma nessuno se ne dimentica mai.

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