Massimiliano Gallo
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22 Aprile Apr 2012 1311 22 aprile 2012

Leggere (inutilmente) D’Alema, Fini e Casini

La lettura domenicale dei quotidiani ci regala tre interviste. Ovviamente, come sapete, le interviste sui grandi giornali ai cosiddetti leader non sono frutto di improvvisazioni, sono concordate. E “uscire” di domenica è frutto di un ragionamento, di una scelta meditata. L’obiettivo, come si dice in gergo giornalistico, è cercare di dare respiro ai ragionamenti svolti.

Ebbene, analizziamolo questo respiro. Tre sono le interviste. Due su La Stampa, a Gianfranco Fini e a Massimo D’Alema, e una su la Repubblica a Pier Ferdinando Casini. Tre interviste in politichese più o meno stretto, che non vanno mai oltre questo terreno, così sintetizzate da titoli, catenacci e sommari.

“Fini: il bipolarismo tutto muscoli è già in archivio. Basta con le formule, contano le proposte. Daremo vita a un progetto a vocazione maggioritaria, ma che parta dalle riforme. Il terzo polo? Goegrafia vecchia, non ha più senso, tanto più che gli altri due si sono dissolti. Spero si voti nella prossima primavera. Sarebbe grave interrompere ora l’azion di governo”.

“D’Alema: in crisi è andato il modello dei leader populisti. Non è il ’92, oggi sono travolti i non partiti. L’antipolitica? Il rimedio non è liquidare i partiti ma ridare loro trasparenza e la capacità di decisione. Vanno approvate la legge elettorale e le riforme che restituiscano efficienza al sistema”.

“Casini: nel 2013 c’è Monti, non è una parentesi. Saremo alleati solo con chi lo sostiene. Chi pensa che siamo fuori dall’emergenza o è un matto o è un irresponsabile. Il governo andrà avanti ancora un anno, fino al termine della legislatura. Montezemolo con Berlusconi? Sono amici di vecchia data. Il partito della nazione sarà il primo partito? Non metto limiti alla provvidenza, l’ambizione di crescere è propria della politica”.

Tre interviste tre in cui di fatto non si esce mai dal Palazzo, non ci si affaccia mai sul Paese. Forte è la tentazione di citare qui il passaggio di Albachiara di Vasco su lei chiusa dentro una stanza e tutto il mondo fuori, ma evitiamo. Certo, come diceva e dice ancora Ciriaco De Mita, “compito della politica è creare politica”. Fatto sta che leggendo le tre conversazioni si ha l’impressione di entrare in un luogo ovattato, scure, con finestre perenemmente chiuse, impermeabile a ciò che accade fuori. D’Alema, probabilmente il più robusto dei tre, azzarda qualcosa in più e provoca dicendo che la crisi, piuttosto che dei partiti, è dei non partiti. Con ovvio riferimento alla Lega. Ma dal cerchio del palazzo non si esce.

Tre interviste involontariamente (perché non le ha potute leggere prima di elaborare il suo articolo) e lucidamente riassunte da Emanuele Macaluso che su l’Unità oggi scrive: “Se non c’è un progetto, l’antipolitica ha campo libero”. Sarà vecchio, il senatore, ma sembra quello con la vista più lunga.

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