Mambo
24 Aprile Apr 2012 0741 24 aprile 2012

Caro Pd, o si tifa per Hollande o si supporta Monti

La sinistra italiana tifa per Hollande e rinnova la sua fiducia in Monti. C’è una contraddizione? A sentire i discorsi dei leader del Pd sembrerebbe di no. Invece il conflitto c’è. Il voto francese nella sua stragrande maggioranza è stato un voto ostile all’Europa attuale. Lo è stato nella versione lepenista perché viene da questa area politica la spinta a una separazione dall’Europa, in nome del nazionalismo e anche della xenofobia, che cova sotto le ceneri della destra anti-sistema. Lo è stato, in forme del tutto diverse, anche nel voto per il socialista Hollande.

Quest’ultimo rappresenta la critica più severa alla linea di austerità che fa capo alla cancelliera tedesca e propone una strategia sviluppista che nessuno aveva finora, nel pieno della crisi economica internazionale, proposto in modo così esplicito. Stare con Hollande significa quindi, tradotto in italiano, proporre al governo Monti un’agenda economica che finora il premier si è rifiutato di scrivere avvolto com’è nella strategia dei due tempi in cui il tempo dell’austerità sembra infinito e quello del rilancio lontano mille miglia. In fondo le difficoltà politiche del governo dei tecnici sono tutte qui e non possono essere banalizzate sottolineando solo l’effervescenza della politica che freme dalla voglia di riprendere la prima scena.

Il rischio greco della situazione italiana non sta solo nel timore di un improvviso peggioramento dei nostri conti ovvero nell’assedio di mercati insaziabili ma nella assenza di una strategia strutturale di contrasto delle cause che ci hanno portato a questo punto. Monti non ha avuto poco dal sistema politico e dallo stesso mondo sindacale. È passata una riforma previdenziale di una severità inaudita. L’articolo 18 si avvia ad essere revisionato in modo significativo. Finora sulla previdenza si sono avute poche ore di sciopero e sull’articolo 18 è alle vista solo una protesta. Tutto qui.

Se pensiamo a quello che è stato messo in discussione, sia dal punto di vista pratico che da quello simbolico, mai un governo aveva goduto di un trattamento così morbido da parte di chi non condivide le sue scelte. Molte cose con Monti hanno ripreso a funzionare, ad esempio la battaglia contro l’evasione fiscale, alcuni gravami sono stati reintrodotti, ad esempio l’Imu, ora c’è l’annuncio di tagli non lineari alla spesa pubblica. Il primo tempo rischia però di restare anche l’ultimo tempo visto che sulle questioni della crescita ancora si vede poco o nulla.

Qui c’è il fattore Hollande. Piaccia o no, lo si consideri sensato o avventuroso, il socialista francese si occupa del secondo tempo. Quando i democrats italiani dichiarano di sostenerlo e di aspettarsi da lui e dai socialdemocratici tedeschi il segnale del rilancio della sinistra europea dovrebbero fare i conti con quel che ciò significa in Italia. Vedo due aspetti: il primo è, diciamo così identitario, perché dice che nel cuore dell’Europa il tema di una nuova forza riformista che superi tutte le tradizioni semplicemente non esiste. Dall’eurocomunismo in poi c’è una parte della sinistra che si gingilla con la questione della terza via perché non accetta la semplice verità storica che la sinistra in Europa o è socialdemocratica o è costruzione artificiosa. Il secondo è il tema delle riforme che devono accompagnare l’austerità. Sono anni che la sinistra fornisce ogni due per tre soluzioni alla crisi delle istituzioni senza mai far proprio un progetto definitivo, ma sono anni che non ha tra le mani un piano per la ricostruzione produttiva del paese. Manca il coraggio di prendere il toro per le corna e dire con chiarezza quali sono i comparti produttivi a cui il paese non può rinunciare e che deve rilanciare.

La differenza fra il socialismo europeo e l’eterna terza via italiana è che i socialdemocratici, non avendo da gran tempo nel loro bagaglio politico-culturale il tema del superamento del capitalismo, non hanno paura di imbracciare l’accetta contro la speculazione finanziaria e di dare allo Stato il compito di guidare l’economia. Quando Obama ha salvato l’industria dell’auto che cosa ha fatto se non questo? È mai possibile, mi chiedo, che non vi sia una forza politica che si candida a governare che abbia il coraggio di dire che cosa serve sviluppare nell’Italia che punta al domani e che cosa no?

Pensate al caso di Taranto. Il governo se ne è occupato, mentre quelli di prima se ne sono lavati le mani. Lì c’è un intreccio fra ieri e oggi formidabile. L’Ilva è l’ultimo colosso siderurgico che sopravvive malgrado le contestazioni, non infondate, degli ambientalisti. Un tempo avremmo inserito Taranto in un quadro di compatibilità nazionali. Oggi è una vertenza cittadina. Si potrebbero fare tanti altri esempi simili. Quel che manca alla politica in termini di progettualità manca anche ai sindacati e agli imprenditori. Sono diventati tutti giuristi. Possibile che non c’è nessuna testa pensante che si occupi di strategie industriali? Ecco perchè stare con Moti e con Hollande è un barcamenarsi che porta da nessuna parte. Se questi tecnici non sanno guardare oltre l’austerità è bene che si facciano avanti i politici, ma con qualche idea, per favore.

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