Jacopo Tondelli
Post Silvio
30 Aprile Apr 2012 0925 30 aprile 2012

Due o tre cose che ho imparato a questo Festival del Giornalismo

È stato una tre giorni divertente, stancante, stimolante. In definitiva, molto bella. Son rientrato a Milano ieri dal Festival del Giornalismo. Piccola premessa: sono sempre scettico sui festival, e detesto quando i giornalisti si mettono su un palco (reale o metaforico) e iniziano a parlare infilando un “io” ogni dieci parole. L’effetto-trombone, che è sempre dietro l’angolo, mi innervosisce e il passare del tempo e delle esperienze non ha lenito la mia intemperanza. Anzi.

Eppure, da questo Festival torno non poco smontato in certi miei pregiudizi. Non tutti, eh, sia chiaro, perchè il trombone esiste e lotta naturalmente insieme a noi. Esiste il vip della telecamera, quello della carta, della radio, del web: quello che non si mischia e fa piovere sorridenti (più o meno) benedizioni su folle adulanti.

Ma esiste anche altro, molto altro, e il bello di questo Festival è che sa mischiare i registri e li sa valorizzare. Sopratutto, al di là di ciò che crediamo noi che saliamo sui palchi a parlare a Perugia, i veri protagonisti sono quelli che sotto i palchi ascoltano, prendono appunti, scrivono, fanno domande, scuotono il capo o annuiscono. Sono, insomma, i giovani che vogliono fare i giornalisti e che portano a Perugia la passione, la curiosità, la professionalità e l’esperienza contrattuale di “nativi precari”. Di giovani che vogliono fare questo lavoro e sanno che il cambio di tecnologia non cambia i fondamentali del giornalismo, ma rende solo più spietata la competizione. In pochi si lagnano e si lamentano, in molti invece combattono, si incazzano, si propongono. A dispetto di tutto, credono nella mobilità sociale che questo mestiere può incarnare, soprattutto in quest’epoca di cambio tecnoloigico.

È stato per me un vero onore, ieri prima di partire, confrontarmi con Dario Cresto-Dina, Francesco Merlo e Francesco Cocco. Generazioni diverse, esperienze e linguaggi si sono mischiati. Ho avuto da discutere con Merlo sull’uso delle intercettazioni, e ho apprezzato la franchezza del dissidio che ci siamo concessi. Piccolo inciso: da quando leggo i giornali, quella di Merlo è una delle firme che cerco, e ho trovato un vero privilegio potere discutere aspramente, guardandoci in faccia e mandandoci sorridentemente e educatamente “al diavolo”.

Ho trovato molto bella e sincera l’autocritica di categoria di Dario Cresto-Dina, vicedirettore di Repubblica, che non ha fatto finta di non sapere che il precariato dei giornalisti finisce con il fare di noi (noi tutti che abbiamo un minimo di potere decisionale dentro i giornali vecchi e nuovi) dei potenziali sfruttatori che pagano pezzi e video con la moneta sonante del narcisismo o della visibilità. E mi è piaciuto vedere un giovane videomaker come Francesco Cocco, che ha dimostrato che a colpi di click (brutta cosa, lo so...) si può fare strada, e sedersi al fianco di mostri sacri come Francesco e Dario.

La cosa più bella, come sempre a Perugia, succede però diù dal palco. Un fiume di domande, di curiosità, di fastidi, di critiche. Le stesse che la mattina - al workshop che ho condotto con Tommaso Canetta e Ciro Pellegrino - ci hanno portato molti colleghi appassionati e curiosi. Che sono uno stimolo a fare meglio di come stiamo facendo, perchè fare il lavoro che si ama è una delle fortune di una vita, e farlo a Linkiesta è come aver vinto al Superenalotto. Non me lo sono mai dimenticato, ma questi giorni perugini me l’hanno stampato indelebilmente come tante facce e voci. Sorridenti o critiche, entusiaste o scettiche, a questo punto importa davvero poco.

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