Anamorfosi
30 Aprile Apr 2012 0816 30 aprile 2012

"Guarda la parte che hai al disordine che lamenti". Due parole sull'anima bella

C’è una ragazzina indignata che denuncia allo psicoanalista i maneggi di cui si sente oggetto, il papà che ha un’amante, il marito della signora che riserva attenzioni particolari a questa giovane paziente, che – a detta del padre – fa un po’ la matta e ha bisogno di cure. Lei è arrabbiata, dice di essere manipolata contro la sua volontà affinché l’intrigo stia in piedi, e in uno scenario lacustre arriva a dare uno schiaffo al corteggiatore un po’ troppo audace. Lo fa quando egli le dice che sua moglie non è niente per lui, non sa che la ragazzina ha per questa signora un interesse singolare, perchè lei è l'altra donna che conosce un segreto da carpire: come si cattura il desiderio di un uomo.

Ma queste sono cose difficili, e magari se ne riparlerà.

Piuttosto, è interessante quello che ad un certo punto le dice l’analista, un tale Sigmund Freud (lei si chiama Dora, ha segnato la storia dell’isteria): “Guarda […] la parte che hai al disordine che lamenti”. Dora si presenta nello studio di Freud vestendo i panni dell’anima bella, quella che “è sempre colpa degli altri”. Non si accorge di esserci dentro fino al collo in questo intrigo di fine secolo, da lei alimentato con gran godimento (che non di rado è anche quello di farsi un po’ del male).

L’analista intende interrogare il soggetto della responsabilità, che prende una posizione (anche critica) rispetto a ciò che dice e che fa. È un soggetto che partecipa attivamente alla propria vita, anche nella ripetizione di scelte poco felici, quando si dice “scegliere con il lanternino”. E non si tratta certo di una condizione comoda, perché il comfort sta piuttosto nel rendersi estranei all’origine delle proprie sventure. Non sono io, sono gli altri. Che non mi capiscono, che mi trattano male, che sono i matti.

Un possibile corollario di questa assunzione è che non è necessario scusarsi. Un’anima bella non ha macchie, è quella che dice “io non ho fatto niente”. Per qualcuno chiedere scusa è un impossibile, perché è qualcosa che macchia il proprio candore (si potrebbe anche dire: una ferita narcisistica). Ricordo con affetto una persona che aveva un caratteraccio, ma se ne era fatta carico e sapeva che a fare un passo indietro non si perde necessariamente terreno, lo si può anche guadagnare. Soprattutto, si può chiedere scusa per un sentimento diverso da quello della colpa distruttiva e dell’autoflagellazione; lo si può fare per amore dell’etica, perché riparare al danno arrecato può anche essere un diritto anziché una punizione.

Non è certo facile metterla così, soprattutto quando si è abitati da un gerarca nazista che assoggetta in un regime di timore e tremore, dove la logica è solamente quella del giudizio più severo. Oppure quando “se ne sono passate tante” e si ritiene di avere già dato abbastanza alla vita; capita che il dolore renda autoreferenziali, al punto che dell’altro chi se ne importa.

L’etica chiama in causa la scelta responsabile, e dunque il destino. Che – attenzione – non è tanto qualcosa che tocca in sorte, quanto piuttosto ciò che la persona decide di farne. Si può nascere senza braccia e mettersi a danzare. Si può ricevere in eredità una sofferenza che attraversa le generazioni, senza soccombere alla mera replicazione della storia passata. Si può dire sì ad una buona occasione, e tenersi alla larga da un pericolo incombente. Ci si può impantanare in una pesante, immobile melma, e ad un certo punto scorgere un ramo e decidere di afferrarlo. Si può. Ed è qui che sta la bellezza. Non certo nell’assenza di macchie.

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