Amicilegali
30 Aprile Apr 2012 0914 30 aprile 2012

S.O.S. ...ta

Grande pena è per il povero procurarsi quello che gli manca, e per il ricco grande fatica è custodire quello che gli avanza” (A. De Guevara).

La Corte di cassazione è recentemente intervenuta a sezioni unite per sanare il contrasto giurisprudenziale, formatosi in seno alla sua terza sezione, relativo alla qualificazione giuridica del contratto stipulato da chi parcheggia la propria automobile in un parcheggio ATM recintato, e sugli obblighi che da tale contratto derivano per la società che gestisce il parcheggio.
Il problema, che così esposto pare astratta elucubrazione giuridica, in realtà assume discreto rilievo nel momento in cui la macchina che avevamo parcheggiato, al nostro ritorno, non dovesse più essere lì “ad aspettarci”.

La giurisprudenza, in tema di “contratto di parcheggio” in zona recintata, infatti, inizialmente "oscillava" tra le due qualificazioni di “contratto di locazione di area” (per l'assenza dell'elemento della consegna del bene, invece nella disponibilità del posteggiante, per il possesso delle chiavi dell'autovettura; così come ritenuto anche per il “contratto di ormeggio”), e di “contratto di deposito” (con il conseguente obbligo di custodia per il depositario della cosa onerosamente depositata).
Superato l’impasse a favore di quest’ultimo inquadramento giuridico, tuttavia, la Suprema Corte si è soffermata ad indugiare se la qualifica di “contratto di deposito” comportasse necessariamente, nel caso di specie, il sorgere dell’obbligo (rectius, dell’obbligazione) di custodia, con conseguente responsabilità in caso di furto.
E così, mentre la pronuncia n. 1957/2009 sosteneva la tesi della responsabilità dell’ATM in caso di furto, sulla scorta del fatto che il pagamento del ticket, le sbarre all’ingresso, e le telecamere inducessero nei parcheggianti l’affidamento sulla custodia e che la clausola di esclusione della responsabilità affissa all’ingresso fosse inefficace in quanto non specificamente approvata per iscritto ai sensi dell’art. 1341 c.c., la successiva sentenza n. 6169/2009 ha precisato che l’inquadramento nel contratto di deposito non fa necessariamente sorgere l’obbligazione della custodia.
Nel caso di specie, precisa quest’ultima pronuncia, è la stessa Legge n. 122/1989 (ripresa poi anche nel D. lgs. n. 285/1992) a prevedere che i grandi comuni possano istituire aree di sosta a pagamento senza obbligo di custodia e che, di conseguenza, in presenza di espresso avviso, le sbarre e le telecamere devono intendersi solo come semplici modalità di accesso al parcheggio, inidonee, di per sé, a far insorgere l’obbligazione di custodia.

Ebbene, interpellato su tale contrasto interpretativo, il plenum del Supremo Collegio ha orientato il proprio convincimento sulla seconda tesi illustrata, escludendo, per la suddetta tipologia di parcheggio, la responsabilità per custodia dell’ATM.
Nel fare ciò, tuttavia, la sentenza n. 14319/2011 è andata oltre: essa, infatti, ha individuato l’esistenza di due tipologie di parcheggio, e dunque di contratto, in base alle differenti esigenze dell’utenza.
Per i giudici di legittimità, laddove l’interesse prevalente dell’utente sia quello di avere uno spazio per lo stazionamento temporaneo del veicolo in prossimità di luoghi di interscambio con sistemi di trasporto collettivo, la figura contrattuale di riferimento sarà quella del contratto di parcheggio atipico, con l’esclusione della responsabilità del depositario (sempre in presenza di espresso avviso prima che il contratto sia stato concluso, ossia prima dell’ingresso); laddove, invece, l’utente intenda assicurarsi, oltre all’utilizzazione dell’area di parcheggio, anche la restituzione del veicolo nello stesso stato in cui lo ha consegnato al gestore, si sarà in presenza di un contratto di parcheggio con custodia a pagamento, e dunque soggetto alla disciplina di cui agli artt. 1766 ss. c.c.

Certo, a dirla così, verrebbe da domandarsi quale proprietario di automobile possa non sentire l’esigenza di ritrovare (indenne) la propria vettura; ma la Suprema Corte sottolinea che “nel caso di autorimessa, in cui l’obbligo di dare l’utilizzazione di area delimitata è accessorio alla prevalente prestazione di espletare il servizio di custodia, questo è proporzionalmente remunerato”. Questione di vil denaro, dunque, dal momento che, continua la sentenza, “la mancanza di sperequazione tra le prestazioni ed il contenimento della tariffa permette la fruizione diffusa del servizio di parcheggio che il Comune offre anche senza custodia per perseguire i suddetti interessi pubblici, poiché se invece il costo del parcheggio dovesse remunerare una custodia idonea ad assicurare la persistente vigilanza del veicolo da parte del gestore fino al ritiro di esso da parte dell’utente, il servizio diverrebbe limitato soltanto a coloro che pagano una tariffa proporzionata agli strumenti e meccanismi di ordine tecnico, ambientale e strutturale adottati”.
Secondo la Suprema Corte, dunque, questo è il criterio ermeneutico per comprendere la volontà contrattuale del “parcheggiante”, il quale, laddove non sia disposto a remunerare adeguatamente la custodia, dovrà “accettare il rischio” di veder sparire la propria vettura, pur avendola lasciata in un parcheggio munito di transenne e di telecamere.

Svelato ora l’arcano del discrimen tra parcheggi con obbligo di custodia e parcheggi senza obbligo di custodia, sorge in me prepotente una domanda: "l’ultima volta che ho lasciato l’auto in un parcheggio transennato del Comune di Portofino, a tariffa per nulla “contenuta”, in caso di furto sarei stato soddisfatto dalla relativa azione risarcitoria?".

M.M.


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