Brideshead
1 Maggio Mag 2012 1115 01 maggio 2012

Riflessioni sul primo maggio

Comincerò con un suggerimento. Chi fosse alla ricerca di una buona ragione per guardare con equanimità alla festa del primo maggio e non volesse cercarla nella tradizione del movimento operaio, può rivolgersi al filosofo scozzese Adam Smith. Più precisamente alle prime righe di The Wealth of Nations. Proprio all’inizio del libro, pubblicato per la prima volta nel 1776, l’autore afferma che il lavoro annuale di ogni nazione è il fondo che le fornisce in origine ciò che consuma. Beni e servizi, siano essi necessari per la sopravvivenza o semplicemente per renderla più confortevole, sono, per il padre dell’economia politica, ugualmente prodotto del lavoro. Da questo assunto discendono nell’opera di Smith diverse conseguenze di grande importanza. In primo luogo, lo spazio che egli dedica alle trasformazioni del modo di lavorare, e in particolare all’emersione della divisione del lavoro, nella ricostruzione dei fattori ambientali e sociali che contribuirebbero alla prosperità delle nazioni. Poi l’attenzione alle dinamiche del mercato del lavoro, e ai meccanismi che contribuiscono a fissare il prezzo di questa “merce” dal carattere moralmente problematico, in diversi momenti storici. Certo, non c’è dubbio che la società di cui Smith parla è significativamente diversa dalla nostra. Tuttavia, ciò non ci impedisce di riconoscere che ci sono punti di contatto significativi tra la realtà sociale che egli aveva davanti agli occhi nel settecento e quella di cui noi abbiamo un’esperienza quotidiana. Anche oggi l’assunzione da cui prende le mosse l’indagine di Smith appare pienamente giustificata. Ciò che abbiamo, e ciò che consumiamo, lo dobbiamo al nostro lavoro o a quello di qualcun altro. Se le cose stanno così – e solo una frequentazione eccessiva delle realtà virtuali potrebbe portare un osservatore in buona fede a escluderlo – non è affatto fuori luogo considerare il lavorare un’attività centrale per la sopravvivenza di una società. Un’attività che, a differenza di altre, ha un legame immediato con la politica per via di quel rapporto causale che Smith evidenzia «with all the necessaries and conveniences of life».


Magari questa non è ancora una ragione sufficiente per unirsi ai festeggiamenti di oggi. Ma direi che è almeno una buona ragione per riflettere su qualcosa che negli ultimi anni abbiamo progressivamente spinto ai margini del nostro modo di pensare. Nel diciottesimo secolo il lavoro manuale nei suoi aspetti più faticosi è costantemente presente a chi abbia voglia di fermarsi a guardare. La prosperità del Regno Unito e poi degli altri paesi occidentali ha origine in ultima analisi dal sudore di chi lavora. Terra, botteghe, opifici sono i luoghi in cui si manifesta la straordinaria potenza della divisione del lavoro. Smith, fedele ai canoni dell’empirismo visita alcune officine in cui si mette in pratica il nuovo modo di lavorare e ne rimane impressionato. Ne mette in evidenza i vantaggi per la collettività, senza nasconderne gli oneri per la parte debole nello scambio tra lavoro e salario. La produzione di un chiodo scomposta secondo i nuovi metodi viene portata a termine con mirabile efficienza, ma la parte destinata a ciascun lavoratore è così circoscritta da rendere superflua l’abilità e l’intelligenza pratica da cui dipendeva il successo degli artigiani che se ne occupavano un tempo. L’uomo diventa in un certo senso parte della macchina. Si genera un sentimento di estraneità e frustrazione cui Marx darà nome proponendo la sua teoria dell’alienazione. Non c’è bisogno di seguire fino in fondo il profeta del socialismo scientifico nelle sue riflessioni sul lavoro alienato per apprezzare la sensibilità con cui Smith, che non era certo un comunista, mette in luce il lato oscuro della divisione del lavoro. Oggi le fabbriche, almeno nei paesi occidentali, sono ben diverse da quelle del diciottesimo secolo. Eppure, per chi ha il privilegio di decidere come impiegare il proprio tempo nel lavorare, fa una certa impressione leggere dei prontuari che istruiscono gli operai su come dovrebbero muoversi per svolgere in modo ergonomico la propria attività minimizzando il disagio fisico. Gli scritti di diversi studiosi di questi temi, da Richard Sennett a Luciano Gallino, mostrano che l’idea – molto in voga tra gli zeloti della modernità – per cui oggi la carriera avrebbe sostituito il lavoro si è rivelata un’illusione che sta facendo seri danni, soprattutto tra le giovani generazioni. Se il primo maggio è un’opportunità per ricordarci di queste cose vale la pena di difenderlo.


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