Stefano Grazioli
Gorky Park
1 Maggio Mag 2012 1410 01 maggio 2012

Yulia, Angie e la German Connection

Con la Rivoluzione arancione tra il 2004 e il 2005 Yulia Tymoshenko era diventata una figura di prima grandezza nel panorama politico europeo, che in quegli anni era dominato dalla destra, da Angela Merkel in Germania (Gerhard Schröder già sulla via del tramonto), Jacques Chirac in Francia (in attesa di far posto a Nicholas Sarkozy), Silvio Berlusconi in Italia, Juan Manuel Barroso a Bruxelles.

Inevitabile che l’eroina ucraina finisse di diritto alla corte del Partito popolare europeo, senza badare troppo ai contenuti (populismo, statalismo e via di questo passo, stridendo con la linea conservatrice politica ed economica del suddetto Ppe): in teoria un partito come Patria sarebbe dovuto andare a sinistra, ma il punto è che chi comandava allora era la destra e a quella ci si doveva aggrappare.

Soprattutto in Germania la Cdu prese a cuore le sorti della pasionaria di Kiev e attraverso la Konrad Adenauer Stiftung, la sua fondazione che opera un po’ in tutto il mondo e ha un occhio particolare per l’Europa dell’est (a differenza della Francia che ha altre priorità geostrategiche e ovviamente dell’Italia le cui fondazioni di matrice politica fanno solamente cassa per se stesse) stabilì stretti rapporti con Tymoshenko & Co.

Le relazioni di lunga data spiegano il perché il Kanzleramt sia diventato l’avvocato della rivoluzionaria caduta in disgrazia e la Charitè di Berlino l’unico ospedale dove si possa curare un’ernia del disco. L’Operazione Tymoshenko lanciata dalla Merkel per salvare l’ex premier è stata preceduta da mesi di trattative che sono andate a sbattere contro il muro di Victor Yanukovich e dell’oligarchia politico-economica che lui rappresenta.

Il ricorso alle maniere dure (boicottaggio politico, in Ucraina si giocherà) è l’ultima carta per mettere pressione a Kiev e cercare di salvare il salvabile, cioè la pelle della Tymoshenko. Che - visto che da un lato i poteri forti l’hanno abbandonata e gli elettori che l’hanno condannata due anni fa quando hanno eletto Yanukovich la lasciano sola anche ora, con i sondaggi che non le concedono spazio– ha solo la speranza di abbandonare la prigione di Kharkiv, essere ricoverata a Berlino e chiedere asilo politico. Il ritorno a casa, con i processi che le pendono sulla testa, significherebbe anche finire dietro le sbarre per sempre.

L’Europa, che nulla ha capito della Rivoluzione arancione (è stata, come si dice in Ucraina, la Rivoluzione dei milionari contro i miliardari, non era mica roba di democrazia), naufragata prevedibilmente nei conflitti personali ed economici tra Tymoshenko e Victor Yushchenko e i loro sponsor, anche stavolta non riesce a comprendere quello che davvero succede in questo Paese. Il disordine con cui marcia è solo il segnale più evidente di una pericolosa schizofrenia politica che si riflette inevitabilmente sui media, appiattiti nella superficialità e nell’insipienza.

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