Città invisibili
2 Maggio Mag 2012 0520 02 maggio 2012

Musei, tra le colonne (antiche) di Siracusa e i “funghi” (moderni) di Reggio Emilia

Recentemente Vittorio Gregotti, nel saggio sull'estetica delle metropoli, Incertezze e simulazioni (Skira, pp. 88, euro 14,00), analizzando la reltà delle reti in architettura ne fornisce una duplice caratterizzazione. Da un lato, “acritica, autoreferenziale, dominata dalla spettacolarizzazione”, dall'altro “uno straordinario mezzo di comunicazione e di produzione di intelligenza collettiva”. Una doppiezza, un improbabile alternarsi di classicità e modernità, che spesso ha creato degli eccessi. Un pericoloso squilibrio al quale forse inconsapevolmente ha contribuito il massiccio ricorso alle tecnologie digitali, il progressivo allontanamento dal reale a vantaggio del virtuale. La riflessione progettuale, i suoi tempi, quasi obliterati dalla necessità del consenso. Della committenza in primis. Così la spettacolarizzazione sembra divenuta l'unico fine al quale aspirare. L'unica guida al disegno. Di un'intera città come di un unico edificio. Cambiando la scala di rappresentazione non mutano gli strumenti, né i fini. Una sorta di prospettiva falsata che ha fatto scivolare in secondo piano contenuti e valori. Un'impostazione errata che ha orientato tante scelte, “arricchendo” diversi centri urbani italiani di opere che ne hanno “impoverito” gli standard, abbassandone la qualità. Un'architettura gridata, invasiva, senza ratio, calata dall'alto, senza alcun legame con il suo “intorno”.
La questione già di per sé spinosa, se possibile lo diviene ancor più quando ci si é trovati, nel recente passato, o ci si trova, nella stringente attualità, ad affrontare una tipologia di edifici che presenta evidenti difficoltà intrinseche. Quella dei musei. Contenitori nella gran parte dei casi già esistenti, ma che hanno la necessità di modernizzarsi, di mostrarsi con più evidenza, di incrementare il loro appeal. Contenitori, sia ben chiaro che custodiscono nelle loro sale già documenti, testimonianze, richiami neppure tanto indiretti alla cultura del Paese. Dall'industria litica dei primi abitatori della penisola fino alle opere degli artisti contemporanei, passando attraverso i tanti materiali romani e le tele degli artisti del '600 e del '700. Questa ricchezza diffusa che rimpolpa le collezioni di tanti Musei piccoli e grandi sparsi per l'Italia sarebbe, dovrebbe essere di per sé motivo di richiamo, spot pubblicitario per occasionali turisti come per affezionati ammiratori. Per questo la struttura museale avrebbe il compito di essere una cornice al quadro. Una cornice, peraltro “discreta”. Utile, necessaria, ma avendo ben saldo un concetto. Che si tratta di un semplice corollario. Il capolavoro da ammirare, da osservare senza divagazioni, é il quadro. Non la cornice. Ciò non significa che il Museo non possa, anzi debba avere un suo “segno” distintivo rispetto a tutto il resto. Deve, per certi versi, distinguirsi, anche visivamente, ma avendo il giusto rispetto per la Storia della quale svolge la funzione di contenitore. Per non intralciare la liaison che deve ingenerarsi, quasi naturalmente, tra “esterno” ed “interno” sarebbe necessario che chi ha il compito di intervenire sull'“esterno” affinasse le proprie sensibilità. Probabilmente rinunciando all'idea di stupire. Sfortunatamente, non sempre questo auspicio si realizza. Come potrebbe accadere, ad esempio, a Reggio Emilia. Dove i Civici Musei rischiano di essere sottoposti ad un singolare intervento di ristrutturazione. I Musei Civici reggiani, ospitati in un convento francescano trecentesco più volte rimaneggiato, possono contare su importanti collezioni storiche di tipo naturalistico, archeologico e artistico. A partire dalla collezione zoologica, mineralogica e paleotnologica di Lazzaro Spallanzani, arricchita dalla sezione creata e ordinata da Gaetano Chierici, passando per la collezione di Storia Naturale. Fino alle raccolte archeologiche di preistoria, protostoria e romane (Museo Territoriale Romano), senza dimenticare la Galleria Fontanesi, il Museo d'Arte Industriale e le raccolte d'Arte Moderna. Un patrimonio quasi immenso, per il quale la struttura così com'é non offre adeguata valorizzazione. Insomma il recupero e la ristrutturazione dell'edificio non sono in dubbio. Almeno dal 2003, quando un progetto approvato e anche avviato, con un forte investimento di denaro pubblico, dopo non molto si arrestò. Abbandonato definitivamente dalla nuova giunta, quella con a capo Graziano Delrio, anche presidente dell'Anci, il nuovo progetto é stato affidato all'architetto Italo Rota. L'architetto, dal ricco curriculum specialmente nell'allestimento di esposizioni e mostre, oltre che nella progettazione e ristrutturazione di complessi museali di indubbio rilievo (tra le quali spicca la collaborazione con G. Aulenti e R Castiglioni a L'aménagement intérieur del Musée d'Orsay), é convinto che sia necessario intervenire in profondità. Quasi facendo tabula rasa dell'esistente. Stravolgendo i percorsi, l'ordinamento delle raccolte, l'idea stessa del Museo. Trasformando il luogo di cultura in luogo di “impatti emotivi”, attraverso una spettacolarizzazione delle modalità di presentazione delle collezioni. Con annesse soluzioni a dir poco stravaganti. Come l'ammasso di funghi in acciaio specchiante all'ingresso dei Musei. Oppure come la trasformazione di alcuni ambienti in un antro oscuro, una sorta di caverna primordiale rivestita di una resina scura ad imitazione dell'asfalto, al centro della quale inserire una grande balena conservata fin dal '600. Il tutto per un costo non inferiore a 8.350.000 euro. Il tutto, ancora, deciso autonomamente. Senza alcuna condivisione con la cittadinanza, né il supporto di un comitato scientifico, né il coinvolgimento dei conservatori. Senza che si prestasse reale attenzione alle perplessità avanzate da gruppi di docenti universitari, esperti in museografia, architettori, ricercatori, insegnanti. Così un'operazione, che avrebbe dovuto avere come fine quello di migliorare un elemento di pregio della città, si é trasformata in una battaglia sbagliata. Nella nascita di due fronti contropposti. Da un lato quello di chi, non apprezzando la proposta di Italo Rota, é tacciato di essere “Retrogrado” e “Conservatore”. Dall'altro, quello dei “progressisti”, di chi propugna “linguaggi nuovi”. Mentre la decisione sembra presa, Reggio Emilia, la città che in tema di politiche culturali ha fatto scelte importanti, rimane in sospeso. Convinta che ai Musei serva un intervento diverso. Che abbia come unico fine quello di rendere più funzionale l'esistente. Senza stravaganze.
Da nord a sud. Da Reggio Emilia a Siracusa. Da un Museo esistente ad uno realizzato ex novo. Ma più di ogni altra cosa, da una “provocazione” inutile, ad un intelligente connubio tra antico e moderno. Si tratta del Museo archeologico cittadino nel centro storico di Ortigia, l'isola che costituisce ancora il cuore di Siracusa. Un edificio sul quale si é applicato per lunghi anni un ex studente di architettura a Venezia, Vincenzo Latina. Partendo dai resti del tempio di Artemide, svelati in parte dagli scavi degli anni '60, in occasione della realizzazione di un edificio comunale accanto alla Cattedrale dedicata alla Natività di Maria. Inglobate al piano interrato della costruzione moderna, le fondazioni del tempio ionico costituiscono un tesoro nascosto, insieme a importanti tracce di capanne sicule dell'età del Bronzo e alla cripta della chiesa di San Sebastianello. Un progetto ambizioso, accolto in via precauzionale nel 2006. Realizzato per la lungimiranza del locale ispettore della Soprintendenza, l'archeologo Giuseppe Voza, e dell'Ufficio per il Centro Storico del Comune. Finalmente portato a termine dopo le indagini archeologiche avviate nel 2007. La nuova struttura definita da pochi elementi. Un muro d'accesso ricavato in uno squarcio della cortina viaria e una grande “lanterna” che fa filtrare la luce sugli scavi sottostanti.
Quella sensazione di racconto ininterrotto che si avverte all'interno del padiglione, é confermata osservandolo dall'esterno. Dove si realizza, in maniera esemplare, la ricucitura urbana che ripristina la continuità dei fronti di piazza Minerva. Mettendo in comunicazione visiva lo scavo con la famosa colonna d'angolo del tempio di Atena, “ricucita” nella Cattedrale.
Un disegno per certi versi minimalista, nel quale il rispetto, la stupefatta ammirazione per il glorioso passato, sono elementi determinanti dai quali partire per un racconto nuovo. Nel quale appare chiara la metabolizzazione del contesto, il tempio di Atena, fatto erigere dal tiranno Gelone dopo la vittoria suoi Cartaginesi nella battaglia di Imera, successivamente inglobato in una chiesa cristiana. Latina, il progettista dell'opera, ha deciso di parlare a bassa voce. Il suo linguaggio é tutto teso a sottolineare quel che già esiste ed é sotto gli occhi di tutti. A richiamare l'attenzione sono le colonne antiche.
L'Italia ha una sua storia, raccontata dalle sue innumerevoli bellezze. L'architettura, la buona architettura, quando si trova a dover dialogare con quel patrimonio infinito, dovrebbe forse, limitarsi a valorizzarne la rilevanza. A fare ancor più luce dove ce n'é poca. Senza l'ossessione di lasciare un segno. Che per'altro, spesso, già esiste.

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