Una panchina, un libro
2 Maggio Mag 2012 0643 02 maggio 2012

Parla la figlia di Irène Némirovsky: "La sua cecità era criminale"

Elisabeth Gille, Mirador: mia madre, Irène Némirovsky, Fazi, 2011

Nell’intervista rilasciata nel 1992 a René de Ceccaty per Il Messaggero*, Elisabeth Gille, figlia di Irène Némirovsky, parla del suo rapporto con la madre che ha conosciuto appena. Irène infatti venne arrestata e deportata nel 1942 quando la piccola Elisabeth aveva solo cinque anni. Ciò che resta a Elisabeth della madre sono gli scritti e quasi null’altro. Di qui la necessità di sviluppare “una memoria sognata” (dal titolo originale di questo libro) nel corso di un’infanzia e un’adolescenza segnate dal dolore per l’improvvisa scomparsa dei genitori. Le due figlie di Iréne (la più grande, Denise, aveva undici anni) li avrebbero attesi invano nei primi anni nel dopoguerra, non avendo notizie certe della loro uccisione nei lager tedeschi.

Nella mia adolescenza ce l’avevo con lei per via della sua mancanza di coscienza politica. Non era scappata, sebbene avesse avuto la possibilità di farlo, e aveva messo mia sorella e me in pericolo. Siamo state arrestate e avremmo dovuto, a rigor di logica, finire come lei e come mio padre, ad Auschwitz. La sua cecità era criminale. Negli anni Trenta, persino nella sua opera, non era affatto colpita di quanto accadeva ai poveri ebrei dei quartieri popolari di Parigi. Mia madre tuttavia non era di destra: giustificava la Rivoluzione sovietica. Ma viveva in un mondo privilegiato senza capire cosa accadesse attorno a lei. Sembra che quando il poliziotto l’ha condotta alla prefettura per consegnarla ai tedeschi, nel 1942, le abbiano proposto di fuggire. E lei abbia risposto : “Non andrò due volte in esilio”. Aveva finito col considerarsi francese e chiudeva gli occhi davanti al resto. Nulla lascia trapelare la sua inquietudine, se non con il marito, e ha chiesto la naturalizzazione francese nel 1938. Ma era troppo tardi.

Mirador, pubblicato nel 1992 ben prima del successo postumo di Suite Francaise ( il capolavoro di Némirovsky, edito solo nel 2004) ha quindi una duplice valenza. Per noi lettori , apre uno squarcio sulla vita di una scrittrice di talento di cui sappiamo troppo poco anche se i suoi libri, riediti in Italia da Adelphi, sembrano inesauribili. Per la figlia, Elisabeth Gille, morta anch’essa prematuramente nel 1996, scrivere questa biografia “sognata” deve aver avuto anche un valore terapeutico, obbligandola a fare i conti con l’ enigma rappresentato dalla madre.

Iréne Némirovsky , figlia unica di un ricchissimo banchiere russo, emigrò in Francia con la famiglia dopo la rivoluzione del 1917. Viziata dal padre, era odiata da una madre egoista e narcisista, che lei stessa ritrasse impietosamente in alcuni romanzi . Ebrea senza considerarsi tale, si sentiva innanzitutto francese, pur essendo russa di nascita. Il suo primo romanzo David Golder, che criticava senza mezzi termini la ricca borghesia francese di origine ebraica, ebbe un successo folgorante nel 1929. Seguirono numerose opere nel corso degli anni Trenta che la incoronarono come una delle maggiori scrittrici del suo tempo. Dopo l’occupazione tedesca tentò ad ogni costo di continuare a pubblicare i propri lavori fino al punto di scrivere per riviste collaborazioniste. Sottovalutò completamente i rischi del nazifascismo pensando che gli ideali francesi di libertà e l’ appartenenza all’intelligentzia parigina potessero costituire un salvacondotto. Morì a Auschwitz in quanto ebrea.

Mirador è una “finta autobiografia” : l’io narrante è la stessa Irène Némirovsky, così come la figlia la immagina o meglio, la “sogna”. Una donna che appare tutt’altro che idealizzata, con tante contraddizioni. Una donna cui Elisabeth ha voluto rendere omaggio come scrittrice, ricercando peraltro in lei anche i motivi per amarla come madre.

Nella prima parte, Irène descrive la propria infanzia in Russia, a Kiev e poi a San Pietroburgo – un’infanzia che, per quanto dorata, risente del disinteresse materno, oltre che della rivoluzione e dei pogrom antisemiti . La Francia per Irène rappresenta un approdo nella patria della libertà, dove finalmente lei sembra felice, si sposa e arriva alla notorietà letteraria poco più che ventenne. Nella seconda parte del libro, datata giugno 1942, sono passati tredici anni e il mondo di Irène si è rovesciato: viene abbandonata dagli amici intellettuali, il suo editore Grasset le volta le spalle. Insieme a suo marito e alle figlie, lascia Parigi per stabilirsi nel paesino di Issy-L’Eveque, dove spera di sfuggire alla deportazione. Ma l’avanzata dei tedeschi fa crollare anche le sue più tetragone illusioni. Irène scrive alla governante Julie questa commovente lettera, pragmatica e affettuosa al tempo stesso, anche se – incredibilmente - priva di disperazione. Una lettera da cui Elisabeth deve aver capito di essere stata molto amata, per quanto ingombrante e complessa fosse la personalità della madre.

Cara Julie,
quando abbiamo saputo che la Russia e la Germania sono entrate in guerra, abbiamo temuto subito il campo di concentramento e ti ho spedito una lettera per pregarti di raggiungerci il più presto possibile. Se non fossimo più qui, quando arriverai, puoi trasferirti con le bambine all’Hotel des Voyageurs, da Loctin, dove viviamo da un anno. E’ una pensione modesta ma sarai trattata bene e i proprietari sono persone di estrema fiducia. Del resto gli lasciamo in custodia un cofanetto contenente alcuni gioielli, tra cui i più importanti sono il diamante incastonato in un anello e una spilla con brillantini…Troverai altresì sia a Vernet che è notaio a Issy- L’Eveque nonchè un brav’uomo, o dallo stesso Loctin, 60.000 franchi a tua disposizione.
L’11 novembre potrete prendere possesso della casa che abbiamo affittato, con contratto 3-6-9 anni da Marius Simon…..Penso che con i soldi che ti lascio potrete vivere a lungo in tranquillità.
Quando saranno finiti i soldi, comincia col vendere le pellicce che troverai nelle nostre valigie e che sicuramente riconoscerai…Ci sono un bel po’ di stoffe tutte ricuperate in quai de Passy. Conserva gli zibellini il più a lungo possibile. C’è anche dell’argenteria. Vendila dopo le pellicce e prima dei gioielli.
Infine, in casi estremi, da Loctin c’è il manoscritto del romanzo che forse non avrò il tempo di terminare e che si intitola "Tempesta di giugno". Ecco cosa dovrai farne: ho scritto alle Editions de France …offrendo questo romanzo per il loro giornale. Se accettano ti scriveranno. ..
Il medico di qui il dottor Benoit è bravissimo. Non esitare a chiamarlo alla minima preoccupazione…Nel febbraio 1942 bisogna portare Denise dall’oculista …Le bambine sono state vaccinate contro la difterite. Babette ha fatto anche un’iniezione antitetanica e Denise il vaccino contro il tifo, nel 1937, credo. Grazie a Dio sono in buona salute. Babette ha solo un po’ di enterite, non beve il latte puro né mangia il formaggio bianco ma un uovo alla coque ogni tanto non le fa male. Comunque la Signora Loctin è perfettamente al corrente della sua dieta.
Vanno entrambe a scuola; devono continuare a farlo. Ma Babette no, quando d’inverno è troppo freddo. Ti lascio beninteso completamente libera di sistemare la casa come credi e in genere di fare tutto il meglio possibile come riterrai opportuno. Per questo lascio a Vernet, il notaio, una lettera che ti dà tutti i poteri necessari.
E’ tutto, cara Julie. Capirai con quanta tristezza sto scrivendo queste cose ma sapendo che le bambine staranno con te , sono tranquilla sulla loro sorte, perchè so che tu non le abbandonerai.Te le affido. Ti bacio con tanto affetto,

Irène Némirovsky Epstein

*Mirador, p.351


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