David Bidussa
Storia Minima
3 Maggio Mag 2012 1525 03 maggio 2012

La “storia” di Paolo Mieli? Assomiglia a quella di Bruno Vespa

Gramsci in carcere è tornato al centro della discussione. Tra chi (Eugenio Lo Piparo, I due carceri di Gramsci, Donzelli) sostiene che non tutto è disponibile e forse un quaderno del carcere è scomparso o è nascosto; chi ritiene che la storia dei suoi anni carcerari ci sia più di un figura ambigua tra i suoi “presunti amici” (Luciano Canfora, Gramsci in carcere e il fascismo) e chi ripercorre l’intera vicenda carceraria e ne propone un quadro molto complesso di lacerazioni, dubbi, conflitti con il suo partito di cui avverte le derive politiche (Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci, Einaudi) certamente il quadro che emerge è quello di un’indagine che necessita di molta cura, di una visione non “chiacchierona” o “ciarliera”, comunque non banale.

Nel lungo articolo che ieri Paolo Mieli ha dedicato alla questione Gramsci (Il diffamatore di Gramsci che fu arruolato dal Pci) l’ordito e la tessitura del testo, invece, rischiano di trasformare molte cose in banalità.
• La natura e la storia dei rapporti tra Gramsci e il Pci all’epoca del a sua detenzione e perdita di libertà di movimento (1926-1937);
• le molte trame complesse, complicate e contorte in cui si dipanò quel rapporto, le diffidenze,i timori, perplessità con cui si sviluppò un confronto, attraverso una rete di figure di mediazione e di “traduzione” dei molti non detti che circolavano attraverso il suo cosmo famigliare, Piero Sraffa, Togliatti;
• le miserie ma anche le personalità contorte che costellano il mondo dell’emigrazione politica italiana tra solitudine, delirio di potenza, doppiogiochismo;
• il complesso del mondo “grande e terribile” dove alla fine si scopre che il carcere che Gramsci pativa non era solo quello fisico a Roma, ma anche quello collocato lontano, a Mosca dove lo si guardava e monitorava con sospetto e diffidenza.

In sentesi un quadro attraversato e circondato da una realtà del fuoriuscitismo antifascista in cui erano più gli infiltrati che i convinti militanti e comunque un mondo dove i delatori abbondavano.

Bene di tutto questo se si sta alla ricostruzione di Mieli emerge un storia vista dal buco della serratura dove predominano le spie, il doppio gioco, il falso.
Una storia proposta secondo le dinamiche consolidate e collaudate della storia fiction alla televisione o al cinema dove, anziché stimolare uno sguardo critico, si propone un racconto mordace, condito con molto sarcasmo, guardandosi bene dal dare allo spettatore/lettore degli strumenti in grado di muoversi in autonomia.
Una lettura elegante fatta con un sorrisetto un po’ beffardo, un po’ “furbo”, che alla fine strizza l’occhio al “tutti a casa” e a lasciar fare al manovratore che ne sa una più del diavolo (perché alla fine questo è ciò che si deduce della personalità di Benito Mussolini, che tutto sorveglia così come ce lo serve Paolo Mieli).
Forse la ricerca storica sui giornali non si può raccontare se non così, anche se uno sforzo non guasterebbe.
In ogni caso, tanti saluti alla storia.

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