Mercato e Libertà
3 Maggio Mag 2012 1921 03 maggio 2012

Tagli e riforme: una cronologia immaginaria

Si fa un gran parlare degli effetti recessivi delle politiche di contenimento del deficit. Queste discussioni confondono però molti piani di analisi economica: il breve termine con il lungo, la differenza tra tagli alla spesa e aumenti delle tasse, la differenza tra risparmi e investimenti e tra spese produttive e improduttive (e disproduttive), e le determinanti fiscali e non fiscali della crescita economica.

Propongo dunque una cronologia immaginaria. I conti non sono fatti con criteri econometrici. Ho anche supposto che l’inflazione rimanga superiore alla media europea nonostante tutte le liberalizzazioni. I numeri sono corretti solo in primissima approssimazione.

[DATI AGGIORNATI PER CORREGGERE ALCUNI ERRORI]

Gennaio 2013

Un nuovo governo si insedia a Palazzo Chigi, con una maggioranza schiacciante ad entrambe le Camere. Queste ipotesi servono ad eliminare i problemi politici e focalizzare l’attenzione sugli aspetti economici.

La situazione economica a questa data è: debito al 120% del PIL, deficit del 3%, spesa pubblica del 50% e pressione fiscale del 47%.

Il governo decide di mantenere la spesa nominale costante per cinque anni: la spesa totale rimane costante, la spesa reale diminuisce lentamente per via dell’inflazione. L’effetto che ciò ha sul rapporto spesa/PIL dipende dalla crescita economica nominale, che è pari alla crescita economica più l’inflazione. Supporemo un'inflazione pari al 3% ogni anno.

Il governo decide di vendere partecipazioni statali e/o immobili di proprietà pubblica per un ammontare pari al 2% del PIL, cioè 30 miliardi.

Il governo decide di liberalizzare i treni, gli aerei, i traghetti, la telefonia fissa e mobile, gli albi professionali, le farmacie, i servizi di trasporto locale, la produzione e la distribuzione di gas ed energia elettrica.

Il governo decide di semplificare la burocrazia per l’apertura delle imprese, e di semplificare gli adempimenti fiscali.

Il governo abolisce l’IRAP, perdendo 1.5% percentuali PIL di entrate, iniettando queste risorse direttamente nelle tasche delle imprese.

Il governo riforma la giustizia civile affinché sia più rapida e prevedibile.

Gennaio 2014

La crescita economica è frutto di due tendenze opposte: i tagli che riducono la domanda nel breve termine, e le riforme economiche e la riduzione della pressione fiscale che l’aumentano nel lungo termine. Il primo anno l’effetto è nullo: il PIL reale rimane invariato.

La pressione fiscale è scesa al 45.5% del PIL (dell'anno precedente), e il PIL è aumentato del 3%, mentre le uscite sono rimaste costanti. Il deficit è aumentato al 4.5%. Il debito è aumentato del 4.5% di PIL per il deficit, ma è diminuito del 2% per le dismissioni: il rapporto debito PIL è ora il 119%.

Il governo riduce i contributi previdenziali a carico delle imprese del 20%, perdendo 1.5% di PIL di entrate.

Il governo vende altri 2% di PIL di attività mobiliari e immobiliari.

Gennaio 2015

Finito l’effetto di breve termine dei tagli, l’economia si riprende: le imprese hanno costi inferiori per oltre 20 miliardi per l’IRAP e di altrettanti per i contributi, ampli settori dell’economia sono stati liberalizzati e possono dunque guadagnare in efficienza, lo spread si è ridotto perché i conti sono sotto controllo, le banche hanno meno prestiti in sofferenza e sono dunque finanziariamente più solide, anche se le dismissioni hanno creato un piccolo effetto patrimoniale sui loro conti, riducendo il valore delle loro attività immobiliari.

Ora la crescita è l’1%, la spesa è sotto il 47% del PIL, la pressione fiscale è il 42%. Il deficit è rimasto il 4.5% del PIL, e il rapporto debito PIL grazie alle dismissioni è sceso al 117%.

Gennaio 2016

La crescita economica è il 2%, e ormai è in linea con l’Europa.

Il governo dimezza l’IRES, e sforbiciando qualche altra tassa, perde il 2% di PIL di entrate. La competitività delle imprese è notevolmente aumentata, attraendo nuovi investimenti.

Il governo vende il 2% di PIL di attività mobiliari e immobiliari.

La spesa pubblica è ora il 44.5% del PIL, la pressione fiscale è il 40%, il rapporto debito/PIL è il 114%. Tranne che per il debito, stiamo in linea con la Germania.

Gennaio 2017

La crescita economica è il 3% del PIL: grazie alla maggiore competitività e alla maggiore concorrenza, l’Italia comincia a recuperare margini di crescita persi in venti anni di stagnazione. La strada è lunga, ma in dieci o venti anni l’Italia potrebbe recuperare tutto lo svantaggio accumulato, di venti punti di PIL persi.

Il governo taglia i contributi previdenziali a carico delle imprese di un altro 20%, pari al 2% del PIL.

Il governo dismette 2% di PIL di attività.

La spesa pubblica è il 42% del PIL. La pressione fiscale è il 38%. Il rapporto debito/PIL è il 110%.

Gennaio 2018

Come l’anno precedente, la crescita è il 3%, la pressione fiscale scende del 2%, e si vendono 2% di attività.

La spesa pubblica è ora sotto il 40%, come la pressione fiscale, il rapporto debito/PIL è il 106%.

Cosa succede dopo

Il cinquennio è passato. I problemi macroeconomici italiani sono risolti: l’economia cresce, è competitiva, è finanziariamente robusta. Ora è possibile stabilizzare la spesa pubblica rispetto al PIL, e mantenere una buona competitività. Si può fare di meglio, ma possiamo accontentarci.

Con un deficit dell’1%, e una crescita nominale del 6% nel lungo termine, il rapporto debito/PIL scenderebbe sotto il 50% in quindici anni.

Ci si accorgerà presto che per crescere serve la ricerca, le università, le infrastrutture, oltre a tutto ciò che ho elencato. La crescita è una cosa complicata, ma le riforme del 2013 hanno eliminato molti ostacoli, e la diminuzione del debito e delle tasse hanno liberato risorse per scopi produttivi.

Non ho detto nulla su cosa tagliare. Per avere effetti positivi sulla crescita è opportuno tagliare la spesa corrente, perché alcune forme di spesa in conto capitale, come le infrastrutture, possono servire alla crescita. Non tutte: gli aiuti alle imprese, ad esempio, non servono a molto, ed è preferibile tagliare la pressione fiscale su di esse direttamente.

Per tagliare la spesa in termini reali (se la spesa nominale è costante, la spesa reale diminuisce con l’inflazione), occorre capire dove tagliare. Non è detto che sia necessario ridurre i servizi: la spesa è inefficiente. C’è però bisogno di un miracolo per far guadagnare efficienza allo Stato. Se non si guadagna in efficienza, bisogna tagliare alcuni servizi. E di servizi inutili, tra aiuti all’editoria e finanziamenti alla RAI, ce ne sono tanti. In molti campi i servizi pubblici possono essere sostituiti da servzi privati, e ciò che si perde tagliando la spesa è più che compensato da ciò che si guadagna in efficienza. Nonostante ciò, una riduzione dei servizi potrebbe essere necessaria per realizzare il ‘piano’ utopistico descritto.

Ora che l’Italia è salva e sulla strada per tornare ad essere un paese ricco, si può ricominciare a distruggere tutto impunemente. Perché le riforme, allo Stato, vengono male, ma, quando si tratta di distruggere, sono bravissimi.

Pietro Monsurrò

PS La spesa è totale, sia primaria che interessi. Dunque gli interessi sul debito non sono considerati perché già inclusi nella spesa. Inoltre, la riduzione dello spread e del debito rispetto al PIL faranno sì che una spesa nominale costante è compatibile con un aumento nominale della spesa primaria. Ciononostante, verosimilmente la spesa reale primaria diminuisce comunque. Oggi l'Italia paga l'7% di PIL in interessi. Se il debito PIL fosse 106, e il tasso di interesse il 3%, pagherebbe la metà. Le dinamiche del costo degli interessi sono troppo complicate per essere modellizzate con semplici calcoli, comunque.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook