A mente fredda
5 Maggio Mag 2012 1554 05 maggio 2012

Se la mafia è l'"anti-stato", bisogna trarne tutte le conseguenze

Alcuni giorni fa mi è capitato di rivedere il bel film di Pietro Germi In nome della legge, tentativo di ritrarre un fenomeno ancora misterioso e semileggendario come la "maffia" attraverso l'ambientazione di una Sicilia rurale e selvaggia.

La potenza narrativa e la sapiente resa tecnica rendono il lavoro ancora assai suggestivo, nonostante dia espressione a un'idea dell'associazione mafiosa datata e quasi "romantica", anche a causa delle inevitabili tare conoscitive sulle dinamiche del fenomeno che nel 1948, anno di produzione della pellicola, caratterizzavano non solo la cultura diffusa, ma anche l'atteggiamento degli "addetti ai lavori" nelle procure e nei commissariati.

In effetti, io sono convinto che una rappresentazione come questa, se si è ben consapevoli di tutti i suoi limiti, possa dirci ancora qualcosa. Emblematico, da questo punto di vista, è il drammatico discorso che chiude il film, pronunciato dal protagonista, il giovane pretore Guido Schiavi, dopo la morte di un ragazzo ucciso a colpi di lupara.

Voi, uomini della maffia. E tu, Massaro Passalacqua, tu, che a tuo modo, sei un saggio e un giusto, anche tu hai preferito la tua legge sanguinaria e feroce, che condanna chi ti fa sgarbo e protegge chi esegue le tue condanne, alla legge, alla sola legge che ci permette di vivere vicini senza scannarci come bestie feroci.

Così era riassunto il rapporto che si era venuto instaurando tra l'uomo dello stato, della legge, dell'ordine e della civiltà, una di quelle figure che anche in seguito Germi avrebbe guardato con rispetto e ammirazione nel confronto con la società arcaica e selvaggia di cui la Sicilia non era che il simbolo, e il capo mafioso locale, contestato soprattutto per essere portatore di una norma sociale barbara e sanguinaria, e per essersi impegnato a conservarla sabotando il lavoro delle moderne istituzioni giuridiche attraverso l'imposizione a tutto il paese dell'omertà e del sabotaggio collettivo. Sono parole impossibili da concepire oggi che si ha piena contezza del fatto che le associazioni mafiose sono innanzi tutto centrali mondiali del narcotraffico, della prostituzione in stato di schiavitù, del contrabbando di armi, e di quant'altro. E questo da ben prima che i corleonesi o chi per loro portassero la guerra guerreggiata, le stragi e il terrorismo nell'arsenale mafioso. Non vi può essere saggezza né giustizia in tutto ciò.

Però un punto nodale si può cogliere, un punto abbastanza importante da darci qualche idea in più su un dibattito di attualità. Perché negli ultimi anni, e soprattutto mesi, alcune cose non tornano. Non solo Dell'Utri e chi avrebbe interesse a farlo, ma anche penalisti e costituzionalisti di vaglia guardano con un certo sospetto all'impalcatura concettuale sottesa a due strumenti fondamentali per la nostra lotta alle associazioni mafiose, il regime carcerario del "41 bis" e il "concorso esterno".

Premetto che a me queste normative non danno nessun fastidio, però mi pongo lo stesso delle domande. I (relativi) successi nella lotta alle mafie nel paese si devono a due strumenti che persone decisamente più indicate di me a esprimere valutazioni considerano solo in parte compatibili coi nostri ordinamenti costituzionali; tuttavia, rinunciando a questi sistemi ritorneremmo nella situazione in cui ci trovavamo prima degli anni Ottanta, prima cioè che la definizione di "associazione mafiosa" permettesse alle procure di ottenere qualche condanna di peso, perseguendo i soggetti coinvolti non per singoli reati all'apparenza slegati tra loro, ma per la loro appartenenza a un tipo assolutamente specifico di associazione a delinquere. Come è possibile uscire da questa intima contraddizione, per cui i nostri ordinamenti democratici non possono affrontare il principale problema criminale del paese senza essere messi nemmeno per un momento in dubbio?

Forse, una risposta si trova proprio in quella rappresentazione della mafia che oggi, a oltre sessant'anni di distanza, ci pare così poco realistica. Perché la mafia è sì anche un problema di ordine pubblico: in molte zone del mondo, a New York, a Parigi, a Duisburg, forse (ma non è detto) ancora a Milano o Torino, la mafia è una particolare, potente e ramificata associazione a delinquere, che fa soldi attraverso attività in vario grado illecite, dallo spaccio di droga alla corruzione per ottenere appalti truccati. Ma non ovunque. Soprattutto qui in Italia, non è solo questo, e questo non rappresenta la sua caratteristica più rilevante. Ci sono intere aree del paese, non solo quelle "tradizionali" perché come sappiamo esse si stannoe espandendo a vista d'occhio nel corso del tempo, in cui l'aspetto delittuoso della mafia è solo una conseguenza della sua vera natura: quella di potere con ambizioni sovrane alternativo a quello dello stato. In zone sempre più vaste, la mafia nelle sue varie denominazioni contende allo stato il monopolio dell'uso della forza legittima, è concorrente nella gestione della giustizia e dei servizi sociali, cerca di dirigere, infiltrandosi, le attività che dovrebbero essere proprie del potere pubblico, come la gestione delle risorse collettive. In queste zone, la sovranità dello stato italiano è messa in discussione.

E fin qui niente di nuovo, lo pensiamo un po' tutti. il punto è che bisogna provare a pensare cosa fa generalmente uno stato quando la sua sovranità su un territorio è messa in discussione. Poniamo che ai tempi di Gheddafi, in un momento di follia del ra'is l'esercito libico avesse invaso la Sicilia: il ministero dell'Interno e la presidenza della Regione avrebbero mandato Carabinieri, Polizia e Finanza ad arrestare i soldati di Tripoli? No, si sarebbe risposto in altro modo. Mettere in discussione la sovranità laddove è internazionalmente riconosciuta è un atto di guerra, e la guerra non si combatte col giusto processo ma con precise regole d'ingaggio. In primo luogo, i soldati di una potenza che ci aggredisce non devono commettere delitti ed esserne riconosciuti colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio per essere catturati e internati, ché la loro sola presenza su un territorio su cui lo stato italiano è sovrano è ragione sufficiente per metterli in condizione di non nuocere. Inoltre, la cattura e l'internamento dei soldati invasori sono gesti di umanità, perché sostituiscono un altro destino a cui i soldati sono consapevoli di poter andare incontro: quando si è coinvolti in una guerra, capita anche che le truppe componenti l'esercito nemico siano uccise, e questo indipendentemente dall'esistenza o meno della pena di morte nei propri ordinamenti giuridici.

Perché, appunto, le garanzie costituzionali e procedurali per gli accusati di delitti valgono nel momento in cui uno stato dotato della propria piena sovranità amministra l'ordine pubblico. La mafia questa sovranità la minaccia, concretamente, perché allo stato sostituisce ogni volta che può, e quindi non ci sarebbe niente di male a considerarla di conseguenza. Forse è ora di cominciare a riflettere se vogliamo davvero che il termine "guerra alla mafia" significhi effettivamente qualcosa oppure no.

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