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8 Maggio Mag 2012 1526 08 maggio 2012

Una semplice proposta: abolire il termine «antipolitica»

Fra noi e le cose ci sono di mezzo le parole. Non so se le parole contengano l'oggetto o si limitino a rappresentarlo ma so che, se non usiamo quelle corrette, di sicuro la realtà, già di per sé complicata e cangiante, non la possiamo cogliere.

E allora il primo passo avanti è: eliminare la parola «anti politica», scritta col trattino o senza, come una parola unica o come due, non mi importa. Fare volontariato è fare politica, anzi farla nel modo più nobile che io possa pensare. Lo stesso vale per l'associazionismo e le altre forme di partecipazione dal basso.

Sono i partiti che indentificano se stessi con la politica. Come se questi partiti fossero una forma necessaria della Storia, quella hegeliana con la "S" maiuscola. Ma non lo sono, “anti politica” significa “anti partiti” intesi come questi partiti. Anche perché sul lungo molto probabilmente ci troveremo a riconoscere che non c'è nulla di più politico che dire di essere anti politica.

A meno di non pensare che politica sia schiacciare un pulsante in un emiciclo per obbedire all'ordine del segretario di partito in cambio di 15 mila euro al mese. Nell'epoca della Rete e di questo nostro mondo orizzontale, dove il consiglio di un albergo o di un ristorante da parte di uno sconosciuto vale più di quanto dica la guida Michelin, dove il peer-to-peer non si limita più a Internet ma diventa un modo di conoscere e giudicare, la politica, per fortuna, assume forme nuove. Bollarle come anti politica equivale a bendarsi gli occhi. E, citando Nanni Moretti, «chi parla male, pensa male».

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