La camera verde
9 Maggio Mag 2012 1620 09 maggio 2012

I principi di John Rawls e la società contemporanea

Fatti i dovuti distinguo e considerate alcune performance sull’orlo del patologico, sembra che l’attitudine più diffusa fra i politici italiani, dopo la recente débacle, consista nel misurare il gradimento del proprio elettorato a partire dal grado di adesione al presente governo. Aggirando un’analisi sistematica di croci e delizie degli ultimi due decenni, gli sconfitti preferiscono ingoiare il boccone meno amaro, puntando il dito sulle ben poco popolari riforme dell’esecutivo, piuttosto che accettare l’eventualità di una perdita strutturale del consenso e della disillusione generale.

La politica, facendosi da parte, ha perso la sfida più importante, rinunciando a proporsi come guida di un paese che, al di là delle proprie deficienze tecnico-economiche, sta precipitando nella perdita di ogni possibile orizzonte di significato. Se è vero che la tecnica non è mai neutrale e che ogni tecnico è a sua volta un politico, la politica ha però smarrito l’attitudine umanistica alla riflessione sulla struttura della società nel suo complesso. La Costituzione, difesa o vituperata, rimane lettera morta se i principi di uguaglianza, equa dignità e diritto al lavoro non trovano riscontro nell’agenda pragmatica di chi, settorialmente, si occupa di puntellare le macerie.


Quest’anno ricorre il decennale della morte di John Rawls, il più celebre filosofo politico del secolo scorso. Le sue tesi principali, contenute in Una teoria della giustizia (1971), infuocarono il dibattito successivo. A partire da una critica radicale all’utilitarismo, la proposta rawlsiana mette a capo a una revisione del contrattualismo classico, alla luce di una concezione distributiva della giustizia strutturata in due principi fondamentali. Il primo prescrive il diritto al più ampio sistema di libertà personali compatibile con il fatto che i propri simili godano di uno stato analogo. L’astrattezza del principio, che vieta il trade-off delle libertà di base con vantaggi economico-politici, è mitigata dal secondo principio, che ammette la presenza di differenze di status all’interno della società, a patto che queste consentano di produrre il maggior beneficio possibile per i meno avvantaggiati. Tali discrepanze devono essere connesse a cariche e posizioni aperte a tutti, non legate a opzioni che escludano a priori la possibilità di una qualche forma di mobilità sociale. Se nessuno merita le qualità e i vantaggi acquisiti alla nascita, le differenze che si producono all’interno delle società complesse sono giustificabili fintanto che consentano ai più sfortunati di godere delle migliori condizioni di vita possibili.

Alla base del progetto rawlsiano vi è l’idea che i due principi siano in grado di autogiustificarsi in quanto rappresentano quelle fondamenta comuni cui approderebbero uomini che si trovassero impegnati a decidere su quali pilastri costruire i propri ordinamenti giuridico-politici. Ipotetici legislatori in una condizione prestatuale (la posizione originaria), completamente ignari della posizione peculiare che ciascuno di loro occuperà nel mondo (il velo di ignoranza), i soggetti stipuleranno principi che ciascuno di loro sarà pronto a sostenere qualunque siano i caratteri specifici della propria esistenza materiale.

Innumerevoli sono state le critiche a queste tesi. Eppure la valutazione del livello di giustizia delle società in cui viviamo può forse ancora misurarsi in base al grado di approssimazione al livello di equità sociale espresso dai due principi. A dieci anni dalla morte di Rawls, mentre il mondo occidentale si trova a fronteggiare la fase più oscura della sua storia recente, i due principi conservano intatto il valore di richiamo alla necessità di un ordinamento politico privo di scorie, capace di ricostituire, al di là della tecnica e dei tecnici, quel tessuto comune di senso che la politica contemporanea sembra aver perduto.

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