Èvviva
9 Maggio Mag 2012 1121 09 maggio 2012

La scuola? Meglio la pubblica (secondo me)

Ho cinque anni di esperienza da mamma di bambini piccoli in una scuola privata e un anno in una scuola pubblica: è tempo di bilanci.

La scuola privata che ha ospitato mio figlio dai 5 mesi ai quasi 5 anni era una delle più rinomate della città. 270,00 euro mensili per tenerlo lì dalle 8,30 alle 14,00, compreso il pranzo. Per i primi tre anni si è trattato più che altro di un parcheggio. La sensazione che si organizzassero svariate attività e poi nessun frutto nell’apprendimento: in pratica, o eri sveglio abbastanza da imparare da solo, oppure niente stimoli e buonanotte.

In cinque anni di scuola, mio figlio ha portato a casa tre volte la stessa poesia di Natale: i lavoretti approssimativi e fatti interamente dalle maestre hanno fatto il resto. Essendo un bambino molto vivace, anche fisicamente, veniva letteralmente parcheggiato nelle classi in cui c’erano meno attività da svolgere (con i più piccoli, quindi), perché l’unica maestra responsabile doveva badare ai risultati e non poteva soffermarsi su tutti. Si facevano un sacco di gite, ovviamente tutte a pagamento, che non facevano altro che aumentare l’ansia di una mamma.

Ti aspetti che in una scuola privata dove paghi un quarto di uno stipendio ci siano attrezzature adeguate, giochi, pennarelli e colori, sei tranquilla che lì dentro tuo figlio faccia un sacco di disegni e se poi non te li porta a casa pensi che li conservino tra il materiale didattico, salvo poi scoprire che ciò è vero solo per l’ultimo anno di scuola, dai 4 anni ai 5. L’ultimo anno ho recuperato tutti i “lavori” fatti in classe in 12 mesi e mi sono sembrati un’enormità rispetto al nulla precedente. Ma mio figlio, a 4 anni, ancora non sapeva colorare nei contorni né improvvisare un disegno di fantasia.

C’era qualcosa che non andava, anzi molto, però l’insegnante di riferimento lo aveva seguito fin dai primi mesi di età (e la cuoca, foraggiata sotto banco, lo controllava a dovere, anche quando c’è stata l’epidemia di pidocchi), e allora, come si dice a Napoli, “mi sono stata”, facendomi il sangue amaro, e litigate inenarrabili con la direttrice e le altre mamme, alle quali non interessava altro che la scuola fosse sempre aperta, fino al 31 di luglio, uno dei motivi per cui anche io l’avevo scelta all’inizio.

Intanto, il mio secondo figlio ha compiuto 3 anni, l’età giusta per accedere alla scuola pubblica e così via tutti e due nella scuola dell’infanzia che anch’io ho frequentato da bambina, a due passi da casa. Edificio fatiscente, ma scuola a tutti gli effetti. Non più, insomma, un appartamento, ma un istituto in piena regola, con sette classi, corridoi, finestre soleggiate, persino un cortile (anche se in disuso perché i giardinieri non lo puliscono e la dirigente scolastica non si impone per farglielo pulire). Due maestre per 21 bambini, mentre alla privata ce n’era una per 30 e, se quella si ammalava, la custodia dei bimbetti passava alla cuoca.

Ad inizio anno ho speso 100,00 euro per ciascun figlio in materiali da disegno, pitture, fazzoletti, cartoncini bristol e attrezzature varie. Per le collette di classe in tutto 50,00 euro, comprensivi di regali alle maestre ad ogni festività. Ogni giorno posso andare a parlare con le insegnanti, purché a metà mattinata, quando si danno il cambio prima della refezione (per la quale pago, per entrambi i figli, 100,00 euro al mese per la fascia di reddito più alta: e mangiano meglio di come mangiano a casa, tanto per chiarire). Posso chiedere loro come vanno i bambini, che problemi hanno, cosa fanno in classe. Vedere in qualsiasi momento i quaderni dove sono raccolti i loro progressi. Oltre a questo, ogni due mesi c’è una riunione scuola-famiglia in cui ci si incontra tutti per valutazioni e comunicazioni. Alla scuola privata potevo parlare con la direttrice solo per appuntamento. E all’uscita non ci si poteva fermare con le insegnanti, perché la direttrice non voleva che ci scambiassimo commenti informali.

Mio figlio, il grande, che oggi ha cinque anni e mezzo, è cresciuto più negli ultimi otto mesi che in cinque anni di scuola privata. E non è perché sia più maturo di età, perché il piccolo, che di anni ne ha 3 e mezzo, sa fare cose che nella privata si sognavano. Hanno imparato cosa vuol dire riciclare, cos’è la spazzatura e che problemi esistono a Napoli con la monnezza, sanno piantare i semi e dar vita a piante, sanno colorare e disegnare a fantasia o a tema, conoscono la differenza tra le stagioni, cosa sono i giorni della Merla, contano fino a cento e il più grande sta imparando a scrivere (merito delle maestre: la Gelmini quest’anno ha vietato si introducesse la pre-scrittura nelle classi, ma le maestre se ne fregano e di stramacchio lgli insegnano a farlo), ascoltano quando la maestra legge loro delle storie e non hanno paura di chiedere cosa significano le parole più difficili, perché lei glie le spiega sempre, anzi, li invita a usare la fantasia e a servirsi della curiosità. Imparano poesie bellissime e cominciano a distinguere la differenza tra bene e male. Mai una volta hanno portato a casa una parolaccia, né un comportamento sbagliato, nonostante abbiano in classe compagni di ogni fascia sociale e ogni educazione familiare. Hanno imparato il senso dell’uguaglianza, ma anche del merito. Sanno cosa vuol dire una punizione, perché le punizioni non sono mai dettate dalla frenesia o dall’esaurimento nervoso della maestra.

Quando era piccolo, mio figlio, particolarmente vivace, veniva accolto alla scuola privata e messo in un lettino con le sbarre per evitare facesse danni mentre l’unica maestra presente a scuola al mattino presto accoglieva gli altri. Dopo, non ha voluto dormire nel letto per un anno intero, preferendo il passeggino. Perché non puoi ingabbiare un bambino, non è educativo. E santiddio, non te lo deve certo dire una mamma, a meno che non ti servi di personale non qualificato solo per pagarlo meno.

La mia scuola pubblica non ha un euro per fare grandi cose, eppure a me sembra di aver scalato una montagna, in pochi mesi, e di non essermi affaticata neanche un po'. Mio figlio resta seduto nel banco perché gli hanno insegnato a fare così. Le maestre hanno trovato un modo di arrivare al suo modo troppo istintivo di fare le cose, di accompagnarlo nella crescita. E si sono appoggiate a me, per farlo, chiedendomi, il primo giorno di scuola, di descrivere per iscritto mio figlio.

Martedì prossimo andranno in visita alla scuola elementare che frequenterà il più grande l’anno prossimo. Si tratta dell’edificio accanto, ma per me sarà la gita più bella fatta in quasi sei anni di scuola. Accompagnare i bambini nella crescita, senza prevaricazioni o imposizioni. La mia scuola pubblica, che non ha un soldo per le cose importanti, è fatta così. Più essenziale e naturale di così non si cresce.

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