Sonar: segnali di mobilità in-sostenibile
9 Maggio Mag 2012 2221 09 maggio 2012

Quei dieci minuti che salveranno l’Italia

Funziona più o meno così. La littorina diesel parte dalla stazione di Ascoli Piceno puntuale alle 14:07. E’ una specie di tram che fa 11 fermate per arrivare a San Benedetto del Tronto. Va piano ed è questa la prima cosa che sorprende quel viaggiatore che cominciava ad essere abituato alla velocità. In vista della stazione di San Benedetto la velocità si riduce al punto da essere superati più o meno da qualsiasi mezzo anche non a motore: tipo le gambe. Appare chiaro che, nonostante la partenza puntuale, arriverò in ritardo con buona pace del mio blitz di treni ad incastro (4) per essere a Milano prima delle 20. Arrivando in stazione alle 15.06 (anziché alle 14:54, niente di tragico per carità, ma comunque teoricamente fuori tempo massimo) vedo attraverso i finestrini - anche con un certo stupore - il Regionale che sarebbe dovuto partire alle 14.59. E’ lì, scodinzolante, con i motori accesi. Insieme agli altri coincidenzisti mi porto alle porte della littorina. Che non si aprono. Guaste. Attraverso - io solo correndo - il vagone per guadagnare un’altra possibilità d’uscita. Il Regionale è sempre lì. Scale a scapicollo in giù e in su, sbuco sul binario e - miracolo - salgo sul Regionale che aspetta tutti i transumanti molto più rilassati di me, prima di mettersi in moto verso le 15:12. Evidentemente è un evento normale. Il Regionale è un forno. Finestre spalancate e tende svolazzanti, ma le sedie sono pulite e più comode della littorina. La velocità passa dai 20 orari di prima a qualcosa tipo 60/70 kmh. Tra un Loreto e un Porto Recanati che scorrono via piano arrivo ad Ancona. Qui il FrecciaBianca che arriva da Lecce e mi dovrebbe portare a Bologna ha 10 minuti di ritardo, ritardo che tutto sommato mi permette di prendere pure un caffè in stazione. Salgo sul FrecciaBianca e ritrovo nell’ordine: aria condizionata e presa di corrente. La velocità sale così come la categoria dello scompartimento che nel suo ton-sur-ton grigetto ha purtroppo sempre quelle tre sedie appoggiate alle pareti di testa e di, ma tant’è. Arrivo a Bologna con 15 minuti di ritardo. Manco a dirlo l’ultimo miglio, il FrecciaRossa che mi porterà a Milano, è in ritardo di 10 minuti, tutto perfettamente sincronizzato in una traslazione temporale nata ad Ascoli e come uno tsunami riprodotta fino a Milano. Dove arrivo, sì velocissimamente, ma con i di cui sopra 10 minuti di ritardo. Missione compiuta, sono dove dovevo essere comunque in tempo.

Cosa avrei potuto fare con quei 10 minuti di tempo in più? Poco o niente: un caffé, un’altra telefonata, ascoltare Starway to Heaven. Ma se volessi fare il bravo consulente e moltiplicassi quei dieci minuti per idealmente 60 milioni di italiani, per diciamo un anno farebbero 219 miliardi di minuti messi in un’area sottovuoto. In una apnea, in un non tempo che racconta, senza davvero nessuna dietrologia, tante cose sul perché questo Paese sia per così dire un passo indietro. E non c’entrano Trenitalia (che a volte mi stupisco come possa avere solo dieci minuti di ritardo visto il contesto in cui opera), le infrastrutture, la politica, la casta, gli sprechi, eccetera. C’entra secondo me il concetto stesso di identità di un popolo.

Considerazioni:

la prima che una città così bella come Ascoli non può essere così servita male.

La seconda: basta viaggiare per accorgersi, se mai ce ne fosse bisogno, della frattura nord-sud in cui galeggia l’Italia. Vi invito a farlo almeno una volta all’anno, anche solo per presa di coscienza.

La terza, una banale metafora del Paese: siamo sempre ad aspettare qualcuno che arriva in ritardo. Una concatenazione di anelli che sommati generano un peso sempre più difficile da trascinare, non è forse la storia del nostro debito? Accade ogni santo giorno, da sempre. E’ un Paese 10 minuti in ritardo, eppure arriva, sempre.

La quarta: alla fine forse mi ci riconosco in questi metaforici (eppure reali) 10 minuti, in questo ritardo condiviso e sincronizzato. Mi hanno aspettato a San Bendetto, fossimo stati a Mendrisio col cazzo che avrei trovato il Regionale. “Anche la littorina sarebbe arrivata puntuale” dirà qualcuno. Avrà anche ragione, eppure in quel cambio così alla buona, così complice tra tutti gli attori in scena tranne me, c’era qualcosa di così profondamente italiano che non saprei spiegare e che eppure fa parte della mia cultura, della mia formazione, della mia storia, del mio Paese. In quel cambio c’erano rassegnazione e consapevolezza, ma anche dignità, c’erano amore per il sé e per l’Uomo, c’erano “vabbuò” e “ma de che” e “sticazzi” e “pirla” e “tanto prima o poi tutti dobbiamo morire”. C’era un esercito con le scarpe di cartone e i volti anneriti degli emigrati nelle miniere della Rhur. C’eravamo tutti noi.

Allora mi chiedo cosa sia tutta questa smania di essere come gli altri quando è chiaro che non lo saremo mai. All’incontro che ho avuto con Carlo Ratti – il mediaguru del MIT – a un certo punto a fronte dei soliti temi sulle città intelligenti, sull’innovazione, sulla fuga di cervelli gli ho chiesto: “ma non è che forse stiamo sbagliando prospettiva e approccio?”. Carlo ha glissato con una risata. Allora adesso lo richiedo a voi. Non è che forse anziché continuare a seguire modelli antropologicamente (intesi come somma dei fattori che identificano l’identità di una Nazione) lontani dal nostro, dovremmo fare forza e leva sui nostri cosiddetti difetti e provare a vincere le sfide del futuro promuovendo quello che siamo e che abbiamo? Una apologia del ritardo per restare nel concetto dei 10 minuti. In altre parole qual è quel difetto/qualità che possiamo tirare fuori dal cilindro per giocarlo sul piatto dei prossimi trent’anni? La pigrizia, l’indolenza, l’amore per il sé, la visione del tempo egologica anziché cronologica, il pressapochismo, il fiuto, il tirare a campare? Non so, ditemi voi, sono migliaia. Eppure se ce l’abbiamo fatta fin qui forse dovremmo ragionarci un po’ più a fondo. Chi l’ha detto che spinti da questo vettore verso un ignoto-intelligente-tout-court l’arma vincente non possa essere proprio quella di offrire qualcosa che sparirà, qualcosa che è gia acronistico, qualcosa però per cui il mondo alla fine ci ama, ci riconosce, ci premia. E che quindi si potrà trovare solo qui, tra noi, tra la nostra anima così italianamente, così indissolubilmente italiana. Per avere una fotografia scientifica (ma anche un'ottima base di partenza per favorire la selezione dei nostri vizi virtuosi, una sorta di manifesto politico se volete) vi invito a leggere i due volumi Psicologia degli italiani del centro nord/del centro-sud. Tipi, vizi, pregi e difetti. Ma anche a dare una scossa al vostro ego capitalizzando cosa siamo capaci di fare in giro per il mondo grazie al bel progetto di Roberto Bonzio: questi siamo noi.

Sono anni che, assieme ad altri, sostengo l'abdicazione di qualsiasi velleità di industria più o meno pesante per concentrarci solo sul produrre creativamente innovazione (in qualsiasi ambito) brevettarla e poi farla fare ad altri prendendoci solo le royalites. Oltre che, naturalmente, occuparci (curare, ottimizzare, vendere nel senso di far fruire) del nostro patrimonio che basta e avanza per riqualificare il lavoro con qualcosa che ci assomigli e costruirci una strategia di sopravvivenza basata sul conquistare le nuove ricchezze di vecchi popoli che ambiscono all’evoluzione sociale e culturale dopo decenni di miseria. E l’evoluzione sociale e culturale di qualsiasi popolo al mondo, nell’immaginario collettivo, transita per l’Italia. Il modello industriale è fallito e allora chi ha detto che dovrebbe riuscire questo tunel in cui stiamo annaspando? Non è chiusura, anzi, è la riapertura di tutti quei chakra che abbiamo bloccato in nome di un non-identificato progresso. Ci sono progetti come questo portato avanti da Andrea Granelli che in qualche modo stanno cercando di ripartire da noi stessi. Investiamo subito, decisi, in infrastrutture, innovazione, tecnologia, smart-città possibili, ma facciamolo con una strategia che sappia rendere quello che siamo qualcosa di cui non vergognarci. Va benissimo tracciare le agende digitali e di sviluppo del Paese, ma non solo per “adeguarci” al resto del mondo (quale?) e non solo per far lavorare le imprese. Va benissimo non perdere il treno dell’innovazione, ma almeno dovremmo sapere dove è diretto questo treno per poi salirci a modo nostro, magari con il valore dei nostri 10 minuti di ritardo. Forse è arrivata l’ora di decidere a cosa e a chi vorremmo assomigliare tra vent’anni. E io non vedo risposta migliore se non quella di assomigliare al meglio (o peggio fate voi) di noi stessi. A quello che siamo sempre stati. Ci sono parti d’Italia in cui nessuno sembra avere fretta di partire, di arrivare. E forse, alla fine, ha ragione chi vive in questa parte d’Italia. Forse.

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