Mambo
10 Maggio Mag 2012 0837 10 maggio 2012

“Moderati”, “Radicali”, “Riformisti”. Il passato remoto della politica lascia spazio a Grillo

Ha ragione Beppe Grillo quando dice che se non ci fossero state le sue liste quei voti potevano finire come in Grecia ai neonazisti? La descrizione che Grillo fa del proprio corpo elettorale è terribile, si tratterebbe di gente indifferentemente democratica o reazionaria, tuttavia coglie nel segno. La tesi di Grillo è che la situazione favorisce nella testa della gente alternative radicali. E’ così. Se ne accorgerà lo stesso Grillo quando dovrà, entrato in parlamento, decidere dove collocare il suo movimento. E se ne accorgerà la sinistra quando scoprirà che questa destra ridotta in pezzi troverà, anche in risposta alla minaccia di un successo della sinistra, un suo punto d’unione e un nuovo leader.

La radicalità comprende sia il tema delle proposte sia quello delle identità. Sul primo punto siamo alla questione dolente della via d’uscita dalla crisi che attanaglia l’Occidente. La sofferenza della Grecia, in cui c’è senza dubbio una gravissima responsabilità delle classi dirigenti di quel paese, dice che la linea dell’austerità che sfascia un’intera società costringendola a temere per il proprio presente, del futuro nemmeno a parlarne, porta il nome della signora Merkel e di un’idea della austerità semplicemente criminale. C’è una sinistra che ha fatto una altra scelta e che con Hollande proverà a contrastare questa deriva che provoca malessere sociale e nuova povertà. In Italia questa spinta ancora non si vede per un gioco tutto politicista. Il discorso pubblico ruota attorno al timore del voto anticipato e quindi alla necessità di tenere in vita un governo che dopo una prima meritoria azione di contrasto della emergenza finanziaria mostra chiaramente di non avere idee. Né può averle perché le scelte comportano una visione politica e Monti per averla avrebbe dovuto trasformarsi nel De Gaulle del nostro paese, cioè nel leader antipartito che chiama il popolo a sopportare lacrime e sangue dandogli in cambio un nuovo sistema politico. Monti non lo fa, se lo facesse molti di noi sarebbe contro di lui, ma se lo facesse avrebbe un ruolo. Invece continua a governicchiare, a sfottere i partiti e a tirare a campare.

Capisco il presidente della repubblica che teme il voto anticipato ma nessuno può sfuggire alla questione drammatica di un parlamento e di un governo che non rappresentano l’orientamento degli italiani. Una linea sviluppista è l’unica possibile carta nelle mani della sinistra che in questo modo potrebbe anche snidare il confuso programma grillino. C’è poi il tema identitario su cui insisto da anni. Oggi sul “Corriere” Walter Veltroni intervistato amichevolmente da Aldo Cazzullo, con la stessa riverenza che il nostro collega usa per il cardinale di Milano Angelo Scola, torna a proporre due termini che non significano niente per come li adopera lui, riformismo e radicalismo. Riformismo, di che? Radicalismo, in che senso? I miei compagni di tanti anni nel Pci hanno sulle spalle la responsabilità storica di non aver dato alla politica italiana uno strumento fondamentale come un moderno partito socialista. Il nome è un programma perché impegna a tenere la barra dritta sui diritti, sull’eguaglianza, sullo sviluppo e sul progresso. Il nome è anche una storia, che in Italia al netto della grande lite con Craxi, è una bella storia di riforme, basti pensare al primo centro-sinistra. Il nome è anche una collocazione internazionale perché nessuno al mondo ha preso sul serio il laboratorio italiano come capitò anche al mitico Berlinguer e al suo eurocomunismo.

Il Pd oggi deve scegliere. L’idea di proporre ai moderati un fronte comune di salvezza nazionale è un’idea giusta, ma che cosa accadrà se e quando Casini, fatti un po’ di conti, deciderà di andarsene là dove lo porta il cuore? Si farà l’alleanza con Italo Bocchino che oggi, in un altra intervista, prospetta questa ipotesi per scongiurare il proprio ritorno con la destra berlusconiana? Non mi pare una grande prospettiva. Una soluzione sarebbe quella di chiamare gli elettori a scegliere fra una coalizione di destra e una di sinistra che non abbia paura di questa definizione e che ne corregga l’eventuale indigeribilità per i settori moderati con un programma serio, gradualista, incisivo. Bisogna mettersi in mente che l’Italia non uscirà dalle sue difficoltà, e soprattutto da quelle che nascono dalla politica, senza ripristinare uno schema di alternanza di tipo occidentale nel quale c’è spazio anche per terze forze, per grillismi vari ma che si fondi su due proposte alternative chiare e chiaramente contrapposte.

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