La camera verde
11 Maggio Mag 2012 2020 11 maggio 2012

"Il primo uomo", l'ultimo capolavoro di Gianni Amelio

Gianni Amelio è uno dei pochi registi italiani che, senza enfasi e senza retorica, è in grado di sciogliere il particolare nell’universale, riconsegnando il singolo alla storia collettiva e alle sue lacerazioni. Dall’Albania dei primi anni ’90 (L’America), devastata dalla povertà e dall’emigrazione di massa, all’Algeria dei tardi ’50 dell’ultimo capolavoro, Il primo uomo, tratto dal romanzo incompiuto di Albert Camus.

Jacques Cormery, alterego di Camus e dello stesso Amelio, torna nei luoghi dell’infanzia, in quell’Algeri infuocata dal sole e dalle rivendicazioni degli indipendentisti. Divenuto ormai uno scrittore di successo, Cormery ripercorre con la memoria, nella continua alternanza dei piani temporali, i giorni trascorsi con la madre e la nonna, il vecchio maestro e i compagni di scuola. Il sogno di una coabitazione armoniosa si infrange nello sguardo dei demagoghi francesi, nelle bombe nascoste nelle auto, nella barriera invisibile che si erge fra i quartieri e le etnie. Nella storia personale dell’esistenzialista francese, nato in Algeria, si rispecchia quella del regista, cresciuto nella Calabria povera e assolata del secondo dopoguerra. Come Gillo Pontecorvo fece tanti anni fa per La battaglia di Algeri, Amelio attraversa la Ville Blanche, lasciando che da ogni anfratto sgorghi un ricordo, un episodio, una folgorazione. La breve prigionia del piccolo Cormery, figlio di una modesta famiglia di pieds-noirs, in un carretto sul mare, condonata in cambio di un paio di sandali nuovi; la nascita del “primo uomo” al buio di una casolare rurale, sotto gli occhi stupiti di un manipolo di bimbi algerini; lo sguardo di Cormery adulto che osserva una giovane coppia di innamorati, appena prima che un’auto esploda.

Una delle scene più suggestive si svolge in campagna, durante una festa agreste, sotto una luce avvolgente da fine estate: il piccolo Cormery attraversa un prato, si muove fra gli invitanti festanti, come in trance, quasi che quel che stiamo vedendo non fosse un flash back, ma la materializzazione improvvisa della memoria dello scrittore ormai adulto. Jacques passa accanto alla madre, che si intuisce impegnata con un corteggiatore e raggiunge la nonna, burbera e arcigna. Dopo un breve scambio si allontana di nuovo, sale lungo un pendio e abbraccia con lo sguardo lo sconfinato orizzonte che si apre davanti a lui. All’inizio del film Cormery arriva all’università di Algeri per pronunciare un discorso, poi aspramente criticato dalla stampa, portando ancora con sé l’aroma dei caffè parigini e della lotta politica solo verbale della vecchia Europa. Il viaggio termina con un altro discorso, frutto dell’esperienza e della consapevolezza ormai acquisita di quanto sia impossibile sfuggire alle trasformazioni del proprio tempo: “tra la giustizia e mia madre, io scelgo mia madre!”.

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