La camera verde
15 Maggio Mag 2012 0647 15 maggio 2012

Che ce ne facciamo della "cultura"?

Ci stiamo ormai abituando a pensare che l’espressione “trovare il proprio posto nel mondo” non significhi altro se non “essere al posto giusto nel momento giusto”. In una società dove, malgrado ci si affanni a distinguerle, flessibilità e precarietà hanno finito per coincidere, l’idea stessa di un percorso di crescita coerente è stata svuotata di senso. La “carriera” assomiglia sempre di più al “curriculum”, la sequenza più o meno organizzata di attività e di studi, la cui progettualità è sempre in divenire.

Se nell’Italia (nell’Europa?) ai tempi della crisi questa è condizione condivisa, per coloro che si occupano delle discipline che, in senso lato, definiamo umanistiche, la faccenda si complica ulteriormente. Non mi riferisco soltanto alla cronica penuria di posti di lavoro accessibili e stabili, che colpisce su scala ampliata chi non ha scelto di dedicarsi a una facoltà scientifica. Ciò che, in alcune circostanze, sembra ancora più frustrante è la difficoltà di rendersi credibili agli occhi altrui, di trovare non il “proprio posto”, ma almeno il “proprio spazio”, di lottare per difendere le proprie scelte da sguardi che tradiscono un ironico biasimo. La fatica di trovare sbocchi nel mercato del lavoro amplifica il senso di inadeguatezza di coloro che, sbalzati dai banchi e dai libri, leggono un po’ sconsolati gli annunci di lavoro, alla ricerca di mansioni che richiedano l’impiego di “quanto hanno studiato”. Nulla da fare, in molti casi.

Tuttavia, è un altro il punto sul quale vorrei soffermarmi, qualcosa che assomiglia sempre più a una sorta di guerra fra poveri. Prendo spunto da una chiacchierata di qualche giorno fa con un’amica, con cui mi sono divertita a ricapitolare le domande che di solito ci sono rivolte, questioni del tipo: “Ma non potevi scegliere qualcosa di più intelligente?”, “Ma che lavoro pensi di fare?”, “Che contributo darai alla società?”, o perfino “Che fai durante il giorno?”. Talvolta l’inevitabile tentazione, lo ammetto, è invitare ciascuno a dedicarsi ai fatti propri, ma chissà mai che qualcuno di questi curiosi incalliti nutra un sincero interesse per la risposta. Quelli che domandano non sono poi tutti uguali, ma si dividono in tipologie abbastanza specifiche, alcune delle quali piuttosto comuni.


Quelli che “non varrà molto ma almeno hai una laurea”. Ritengono che, in ogni caso, cultura e dedizione abbiano un qualche valore. Nelle loro parole non c’è sarcasmo, ma la genuina preoccupazione per un futuro che, per il letterato, si rivelerà senz’altro incerto.


Quelli che “in che modo sarai utile alla società? Che cosa sai fare?”. Si preoccupano per il ruolo del letterato nella società dei consumi, ritenendo che non le sarà di nessuna utilità, non producendo nulla, non curando malattie, non vendendo creme idranti. Spesso non si capisce se la domanda sottintenda che loro invece si dedicano al bene comune e non al semplice profitto.


Quelli che “ma ti rendi conto di cos’hai fatto?”. Quasi che un impiego in un settore economico-scientifico garantisse la padronanza di uno sguardo assoluto sullo spettro delle attività umane, decretano invariabilmente che il letterato ha commesso un tragico errore che lo condannerà a una vita di stenti.


Quelli che “ma quindi non fai nulla tutto il giorno?”. Quelli che, pensando di aver sgobbato come Sisifo durante e dopo la vita accademica, guardano il letterato con un sorriso di autocompiacimento, pensando a quanto sono stati avveduti.


Quelli che “non mi ricordo nulla, ma che bello, tu sì che fai cose interessanti”. Mentre parlano con il letterato, ripensano alle interrogazioni di epica del liceo, alla battaglia di Canne, a Baudelaire o alla caverna di Platone. Nella maggior parte dei casi stanno pensano che è spiacevole, ma necessario mettere da parte passioni e interessi per imparare un mestiere. Si deve pur crescere prima o poi.


Di fronte a questi e simili interrogativi, il letterato si trova spesso smarrito e povero di argomentazioni. Forse non ha ancora perso la speranza che non sia sempre l’individuo a dover scendere a compromesso con i propri tempi, ma possa trovare con essi una forma di equilibrio. Forse ritiene che il lavoro non sia solo un mestiere, ma una forma compiuta di espressione di sé, capace di esprimerne qualità ed esigenze. Forse pensa che la cultura non sia sovrapponibile al tempo libero, ma rappresenti uno spazio di autoriflessione necessario a una società che possa dirsi civile ed evoluta. O forse ha scelto quello che più amava, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze, ricordandosi anche lui, ma un po’ prima, di quanto amava Ettore e Andromaca, la storia romana o i decadentisti.

Forse i tempi non sono dei migliori, ma sembrerebbe più utile cercare di individuare delle possibili strade comuni, piuttosto che limitarsi a sorridere alle scelte altrui senza comprendere che il cattivo stato in cui versa la cultura - termine che finirò per detestare - è, molto spesso, la lente che ingrandisce le difformità della società in cui si vive.


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