Degiovanimento
18 Maggio Mag 2012 1949 18 maggio 2012

L'anomalia italiana: il paese con le first lady più vecchie del mondo

L’Italia è un paese ridicolo (a volte tragico, quasi mai “normale”). Non è vero. Ma mi è venuto quasi di pensarlo quando ho letto la notizia, lanciata ieri (17 maggio) con ampio spazio ed enfasi sui siti dei grandi quotidiani e poi ripresa anche sulla versione cartacea, del fatto che siamo diventati uno dei paesi più gerontocratici. Grande scoop basato sui dati della Coldiretti, mica forniti dall’Istat o tratti dal periodico rapporto della Luiss o da un dettagliato libro di Carlo Carboni o di Livi Bacci. Peccato fosse tutto arcinoto. Ma forse i giornalisti non se n’erano accorti, capita.
Quello che però più preoccupa è che questo paese sembra destinato a riscoprire e rivivere ciclicamente i suoi cronici problemi, mai a risolverli. Ma nemmeno mai, o quasi mai, a proporre qualcosa di nuovo per affrontarli o chiavi nuove di lettura per interpretarli.
Scarsa capacità di leggere la realtà, memoria corta e alta propensione a reiterare gli stessi comportamenti: l’Italia non è più solo un paese vecchio, ora comincia a manifestare anche preoccupanti segni di alzheimer.
La prossima volta sarà magari la Federcasalinghe (con tutto il rispetto) che presentando nella propria riunione annuale un confronto tra età media delle proprie iscritte con quella delle mogli delle prime tre cariche dello stato, ci rivelerà che le nostre first lady sono tra le più vecchie al mondo. Rimaniamo in attesa di tale dato e del sicuro clamore che produrrà sui quotidiani italiani.
Nel frattempo si potrebbe ragionare sul da farsi. Partendo dal riconoscimento pressoché unanime del fatto che troppo volte negli ultimi anni la difesa della condizioni, spesso dei privilegi, dell’oggi sono andati a scapito dell’investimento sul domani. Se vogliamo allora dare più peso al futuro, non esiste altra via che quella di fare in modo che le istanze e gli interessi delle nuove generazioni vengano prese nella giusta considerazione nell’agenda politica. Questo implica dare più consistenza a quella componente della popolazione che al futuro è, per sua natura, più interessata, ovvero a chi vivrà maggiormente le conseguenze, positive o negative, delle scelte prese oggi. Questa componente è costituita dalle giovani generazioni, il cui peso però, si è drasticamente ridotto nel tempo. Tanto che l’incidenza dei giovani italiani sull’elettorato complessivo è diventata una delle più basse del pianeta. Ciò ulteriormente aggravato dal fatto che abbiamo tra le più elevate barriere anagrafiche per entrare alla Camera (25 anni) e al Senato (40). Su questo punto è interessante notare come nei paesi europei in cui il peso delle nuove generazioni si sta riducendo maggiormente come conseguenza della persistente denatalità (come Spagna e Germania), i vincoli anagrafici siano tra i più bassi per accedere al Parlamento (nazionale ma anche europeo al quale si accede con i criteri di ciascuna nazione). Fa eccezione l’Italia, che si trova con vincoli anagrafici superiori a quelli della decisamente più prolifica Francia.

Detto, ripetuto, ribadito ciò, cosa fare allora? Varie proposte si possono avanzare. Tra queste c’è: l’abbassamento dei voto ai 16 anni; il voto ai genitori per i figli minorenni; la soppressione dei vincoli anagrafici per accedere al Parlamento; l’introduzione di un limite dell’elettorato passivo a 70 anni; la ponderazione del voto con l’aspettativa di vita residua (più futuro si ha davanti più il voto conta). Altro? Fuori le idee! Quello che non va è certamente non far nulla e fra un anno scoprire che nulla è cambiato e che la gerontocrazia sia ancora una notizia buona per un titolo di prima pagina.

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