Venture Capital – Investire sull’Innovazione e sul Paese
24 Maggio Mag 2012 2023 24 maggio 2012

La competitività nell'economia globale

Mi ha molto colpito e ispirato, e per questo ne condivido qui un estratto, un intervento di Pasquale Pistorio durante l'ultimo Advisory Board di Innogest:

Negli ultimi 4- 5 decenni si è imposta l'economia di mercato come motore dello sviluppo economico nel mondo e la globalizzazione dell'economia stessa. Questo processo e' secondo me irreversibile e positivo, ed ha contribuito a migliorare le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone. Tuttavia va in qualche modo regolato e controllato per evitare disastri del tipo di quello del 2008/2009 ed il continuo allargarsi delle diseguaglianze tra ricchi e poveri.
Questo sarà, a mio avviso, un tema fondamentale per per la stessa sopravvivenza del capitalismo e di un ordinato sviluppo dellea società umana.

Le imprese comunque si confrontano oggi con 4 grandi "megatrends" che sono emersi negli ultimi decenni, e che continueranno a dominare lo scenario economico mondiale almeno per i prossimi venti anni:

1. La globalizzazione dell'economia;

2. L'accelerazione di tutti i processi economici: il fattore tempo;

3. Lo spostamento geografico del baricentro economico: la crescita esplosiva dell'Asia;

4. La responsabilità sociale dell'impresa.

Le imprese, che hanno le loro radici storiche e buona parte delle loro risorse ed attività in paesi sviluppati, si trovano a competere con imprese dei paesi emergenti che godono di costi molto più bassi, non solo come costi del lavoro, ma anche flessibilità, tutele sia sul lavoro che ambientali e spesso minore carico fiscale.

Le risposte secondo me (e sono quelle che hanno guidato la mia attività professionale alla guida della SGS prima e della ST Microelectronics poi) sono le seguenti:

1.Globalizzazione.

a) Innovazione, Innovazione , Innovazione. Sia dei prodotti e servizi offerti, che dei processi operativi dell'impresa. La prima (innovazione dei prodotti e dei servizi) sposta continuamente l'offerta verso un maggiore contenuto di valore aggiunto intellettuale in modo da migliorare i margini e compensare i vantaggi di costo della concorrenza emergente. La seconda (innovazione dei processi operativi) migliora continuamente la produttività delle risorse aziendali (l'adozione di un processo strutturato di TQM, o di qualsiasi altro nome si voglia dare, rappresenta una scelta molto utile). È quello che hanno fatto e continuano a fare le aziende di successo europee ed americane.


b) Dimensione di scala.

Nell'economia globale, la dimensione di scala è fondamentale per sostenere i costi di ricerca, di produzione e di marketing specie per affrontare il mercato internazionale. Ovviamente ci sono piccole nicchie che possono garantire per un certo tempo il riparo dalla concorrenza, ma questo stato dura poco, perchè prima o poi arriva qualcuno a contendere quel mercato. La dimensione di scala va perseguita in ogni modo: crescita interna, o per acquisizioni o merger. o anche virtuale mediante associazioni con altre imprese per perseguire obbiettivi comuni, specie nella ricerca e negli acquisti.

c) Internazionalizzazione.

Bisogna puntare subito sul mercato globale, perchè il proprio mercato nazionale o anche europeo è troppo piccolo e non consente di sfruttare tutte le possibilità dei propri prodotti e servizi. Per un’azienda manufatturiera, il processo di internazionalizzazione include la "delocalizzazione intelligente" delle attività manufatturiere dei prodotti più maturi, che altrimenti non sarebbero competitivi se si continuassero a produrre nei mercati domestici. Si allunga così il ciclo di vita e di profitti di alcuni prodotti delocalizzati, ma si investe su ricerca e produzioni più avanzate nei propri paesi di origine, mantenenendo o aumentando l'occupazione.

È quello che noi abbiamo fatto alla SGS ed alla ST durante i miei 25 anni di gestione: a parte i primi due anni di ristrutturazione iniziale, abbiamo continuato a creare posti di lavoro anno dopo anno in Italia, in Francia -- nostri paesi di origine -- ed in Europa in genere, nonostante lo spostamento in Asia delle attività manufatturiere più mature.

2.Accelerazione dei processi.

Ogni anno, milioni di nuovi laureati e diplomati entrano nel processo creativo e produttivo dell'economia mondiale; centinaia di migliaia di imprese nascono con nuove idee da pomuovere; la disponibilità attraverso i mezzi informatici attuali di quantità illimitata di informazioni in tempo reale; ed una concorrenza sempre più dura, aumentata dai nuovi concorrenti dai paesi emergenti -- tutto concorre ad accelerare i tempi dei processi aziendali ed a ridurre le finestre di opportunità per nuovi prodotti. Il fattore tempo, che è stato sempre importante nella vita aziendale, è diventato oggi essenziale. Come diceva un executive "oggi non è più il grande che mangia il piccolo, ma il veloce che mangia il lento".

a) Il time to market-- o meglio, il time to money -- deve diventare una priorità ossessiva nella gestione dell'impresa, e nella misura dei managers.

b) L'organizzazione aziendale deve adattarsi a diventare più veloce sia nel processo decisionale che nel processo esecutivo. Purtroppo, le aziende crescendo in dimensione di scala tendono ad accrescere la loro burocrazia interna e a rallentare i processi aziendali. C'è potenzialmente un conflitto tra dimensione di scala e velocità di operazione. Per conciliare le due esigenze, l'azienda deve organizzarsi in una forma che io chiamo "cellulare".

L'azienda (chiamiamola “la macroazienda”) deve organizzarsi in una varietà di unità operative il più autonome possibile (come tante “microaziende”) in modo da conciliare la velocità decisionale ed esecutiva al livello delle "microaziende", col vantaggio della dimensione di scala della "macroazienda".

Affinchè questa organizzazione funzioni occorre soddisfare tre esigenze:
-un sistema informativo ed una cultura della trasparenza che consenta l'accesso a tutti i dati senza strati di supervisione;
-una "policy deployment" degli obiettivi aziendali che discenda dalla "macrocorporation" alle "microcoprporations" coerente e rigorosa in modo che ogni unità nel perseguire i suoi obiettivi è automaticamente in sintonia con gli obiettivi aziendali;
- una Cultura Aziendale molto forte che rappresenta il vero elemento di sintonia di tutte le unità aziendali.

3.Spostamento del baricentro geografico dell'economia.

Ormai oltre la metà del PIL mondiale è generato fuori dai sistemi macroeconomici avanzati tradizionali (essenzialmente USA, Europa, Giappone ). La crescita dei paesi emergenti, continua ad essere molto più veloce di quella delle economie mature, ed il peso relativo continua a spostarsi a vantaggio di questi ultimi.

Al centro di questo cambiamento ci sono i paesi chiamati BRICS, ma non c'è dubbio che il peso preponderante di questo cambiamento viene dall'Asia. È in Asia che insieme alle economie avanzate come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore, sono cresciute in modo esplosivo China ed India e sta crescendo sulla stessa scia il sistema macroeconomico dei paesi dell'ASEAN, del sud-est asiatico. Il baricentro della crescita dell'econonia mondiale si è spostato in Asia. Qualunque impresa che voglia competere nell'economia globale, deve avere la crescita in Asia al centro della sua strategia di espansione geografica.

E non bisogna commettere l'errore di credere che questi paesi competono solo coi fattori di costi: certo questo è stato ed è ancora largamente il loro vantaggio competitivo, ma tutti stanno puntando sullo sviluppo del capitale umano e sulla ricerca per trasformare le loro economie in economie sempre più basate sulla "conoscenza".

La presenza in Asia è importante per le imprese manufatturiere per mediare i loro costi di produzione; ma la presenza in Asia è fondamentale per la dimensione enorme del mercato: già oggi ci sono in Cina circa 250 milioni di persone e circa 150 milioni in India con un potere di acquisto misurato a PPA pari a quello europeo.

Già oggi in Cina ed in India c'è un mercato di dimensione simile a quello europeo e che -- a differenza che da noi-- si allarga ogni anni con decine di milioni di nuovi consumatori di fascia media.

Permettetemi di ricordare, che uno dei motivi del successo della ST, è stato il fatto di aver capito molto in anticipo rispetto alla maggior parte dei nostri concorrenti, l'importanza dell'Asia, non solo come area a basso costo del lavoro per le attività manufatturiere più mature, ma anche come enorme mercato potenziale per i nostri priodotti e come area che si stava arricchendo velocemente nel campo della ricerca: per questo creammo a partire dall'inizio degli anni ottanta una "presenza integrata" ( cioè produzione, ricerca e sviluppo e marketing) nella regione, a partire da Singapore e poi in Cina ed in India.


4. Responsabilità Sociale dell'Impresa.

Nella seconda metà degli anni settanta, vivevo e lavoravo (per la Motorola) negli Stati Uniti.
Allora la Responsabilità Sociale dell'Impresa era considerata dalla stragrande maggioranza degli ambienti economici come una specie di snobbismo e perdita di tempo. L'opinione più diffusa era quella che considerava il rispetto delle leggi come la sola responsabilità aziendale e che ogni altra considerazione era superflua o addirittura dannosa.

Io facevo parte di una minoranza di managers, che pensava al contrario che "shareholders value" e "stakeholders value" non erano affatto in contraddizione, ma che l'uno amplificava l'altro. Ero convinto che una società che crea valore non solo per i suoi azionisti, ma anche per i suoi dipendenti, i suoi clienti, i suoi fornitori ed in genere per le comunità in cui opera --crea nei suoi dipendenti, nei suoi clienti e fornitori e negli ambienti che la circondano, un clima di fiducia di motivazione e di supporto, che ne aumentano le capacità competitive e la creazione di valore per gli azionisti.

Questa convinzione è andata crescendo e diffondendosi nel mondo delle imprese ed è supportata da varie analisi di carattere economico-finanziario che confermano che le aziende più impegnate nella responsabilità sociale generano risultati economici superiori alla media del loro settore.

Col passare degli anni, il concetto della responsabilità sociale è andato crescendo, ma io credo che ormai è una condizione per operare e competere. Sotto la spinta di dipendenti, consumatori, e vari gruppi sociali, le imprese saranno costrette a considerare come fondamentale questa componente della loro vita operativa. Gli aspetti di EHS ( Environment, Health, and Safety ), la qualità del lavoro in fabbrica, il rispetto dei dipendenti e dei loro diritti, l'attenzione ed il contributo allo sviluppo delle comunità in cui l'azienda opera, diventeranno sempre più non solo un obbligo etico, ma anche una condizione per competere con successo.

A titolo di esempio, cito come avevamo definito ed attuato la responsabilità sociale in ST.

Essenzialmente tre punti:
1.Adesione al Global Compact dell'ONU ( la ST è stata tra i primi firmatari in Europa).
2. Impegno ambientale con l'obiettivo ideale della neuttralità ambientale.
3.Dedicare fino allo 0.1% dei profitti aziendali a progetti sociali, con l'impegno a ridurre il Digital Divide, (condotto attraverso la STFoundation), come progetto principale.

Oltre che le imprese, anche i vari Paesi e sistemi macroeconomici competono tra di loro nell'economia globale per attirare i "cervelli" ed i capitali necessari per lo sviluppo economico del Paese stesso, da cui dipende il benessere dei cittadini. Se il flusso in entrata di "cervelli" e capitale è sistematicamente inferiore a quello in uscita, il declino economico del Paese diventa inevitabile.

Cosa deve fare un Paese per essere economicamente "attrattivo" ed essere competitivo rispetto ad altri?

Ovviamente c'è una grande varietà di scelte di politica economica che può favorire l'attrattività e lo sviluppo. Ma comunque, secondo me ci sono 5 condizioni essenziali che qualunque paese sviluppato deve attuare se vuole essere competitivo: si tratta di premesse essenziali, senza la quali ogni altra scelta risulterà inefficace.

Queste 5 condizioni sono:

1.Un contesto burocratico e normativo che consenta a tutti i processi aziendali : velocita', trasparenza, certezza del diritto, e prevedibilità per il medio termine. E questo contesto include anche leggi e norme sul lavoro. Include la rapidità della giustizia civile. Include la semplificazione burocratica ed amministrativa. Include l'eliminazione di areee economiche protette, che creano distorsioni alla libera concorrenza.

Questa per me è la condizione fondamentale: se non c'è questo contesto, le imprese semplicemente non investono in un Paese, e quelle locali, con capacità di competizione globale, lentamente se ne vanno. Purtroppo oggi questo contesto è molto negativo in Italia ed infatti, gli investimenti stranieri, i cosiddetti Foreign Direct Investments, sono molto bassi rispetto alle altre grandi economie europee.

2. Una forte attenzione politica verso la formazione del capitale umano, con grande impegno nell'educazione scolastica dalle elementari all'università e con programmi pubblici e privati di formazione continua.

3. Una politica industriale che metta al centro della sua agenda la ricerca e l'innovazione.
Desidero ricordare che purtroppo l'Italia spende solo l'1,1% del suo PIL in Ricerca, contro una media europea di circa il 2.5%, coi paesi più virtuosi in questo aspetto - i paesi scandinavi - ben oltre il 3%.

E poichè c'è un rapporto diretto, anche se differito di qualche anno, tra spesa di Ricerca e crescita della produttività, ne consegue una stagnazione della nostra produttività, mettendoci sotto questo aspetto tra i peggiori paesi al mondo. Il tentativo più importante per far progredire l'Italia in questo campo era avvenuto col governo Prodi ed il ministro Bersani nel 2006-2007. Il governo aveva approvato praticamente in toto, la piattaforma per la ricerca industriale presentata da Confindustria e che io avevo preparato nella mia veste di Vicepresidente di Confindustria per la Ricerca ed Innovazione). Quella piattaforma avrebbe fatto finalmente smuovere l'Italia dal suo 1,1% del PIL, portandola agli obiettivi di Lisbona del 3% entro il 2015. Purtroppo, il successivo governo ridimensionò enormemente quella piattaforma e di fatto la sterilizzò.

4. Infrastrutture efficienti. E queste includono le reti stradali, le reti ferroviarie, gli aeroporti, le reti dell'energia, le reti di telecomunicazine con particolare accento sulla banda larga. Ma anche infrastrutture di servizi amministrativi e sociali.

5. Fiscalità sulle imprese. È questo un parametro importante di attrattività di un Paese. Io sono convinto che una fiscalità più elevata per i cittadini di un paese che vuole privileggiare la coesione sociale, sia necessaria ed accettabile (purchè ovviamente si eliminino gli sprechi) per pagare appunto i costi dello stato sociale; ma la fiscalità sulle imprese deve essere competitiva nei confronti dei maggiori sistemi concorrenti, altrimenti i capitali si spostano altrove.

Sono queste per me le 5 condizioni fondamentali che un Paese deve realizzare come premessa di fondo della sua competitività.

Purtroppo l'Italia è messa molto male rispetto a tutti queste 5 condizioni, il che si traduce nel nostro declino economico in atto da alcuni decenni, ma che negli ultimi 10 anni è diventato disastroso.

Tuttavia, l'Italia è un Paese che ha immense risorse e vantaggi competitivi da sfruttare, appena quelle condizioni di base saranno avviate (ed oggi il Governo Monti ha aperto nuovi scenari di attuazioni concrete in quella direzione):

1. L'Italia ha un rapporto costo/benefici del lavoro intellettuale molto competitivo nei riguardi dei maggiori Paesi concorrenti. Per esempio a parità di preparazione e di esperienza, un ingegnere italiano costa il 30% in meno di un suo collega francese o tedesco e ancora meno rispetto al collega americano. E questo vantaggio competitivo aumenta al Sud.

2. Esiste in Italia una imprenditoria diffusa, ed una creatività che ci deriva dalla nostra storia, e che spiega il succeso di tantissime piccole e medie imprese, nonostante le difficoltà del sistema -paese. In un contesto corretto nei 5 punti di cui sopra, io sono convinto che questa imprenditoria può far nascere molte imprese innovative e dare un forte impulso allo sviluppo economico del Paese.

3. Esistono in Italia molti centri di eccellenza nella ricerca pubblica, che purtroppo creano poche sinergie con le imprese e poca ricaduta industriale. Una politica che favorisca la collaborazione pubblico-privato nella Ricerca può creare forti ricadute industriali (era uno dei pilastri della piattaforma di Ricerca citata prima).

4. L'Italia è un Paese con una ricchezza storico-culturale e paesaggistica di assoluta rilevanza mondiale. Nel 1970 eravamo il primo Paese al mondo nel turismo; oggi siamo precipitati al quinto posto per colpa di infrastrutture carenti e cultura del servizio deteriorata, anche per ragioni sindacali. La ricollocazione corretta dell'Italia nel settore turistico, può creare ingenti vantaggi economici diretti e di ricadute associate.

5. Il clima mite del nostro Paese e la disponibilità di regioni a forte irradiazione solare, permette al Paese di avere bassi consumi ernergetici a parità di PIL, e con una politica determinata di risparmio ed efficienza energetica nonchè di sviluppo delle fonti rinnovabili ci consentirebbe di avere in campo energetico un forte vantaaggio competitivo (per usare una espressione del premio Nobel prof. Rubbia: “su ogni metro quadrato della Sicilia "piove" ogni anno in energia solare l'equivalente di un barile di petrolio”).

In conclusione, io sono purtroppo pessimista nel breve termine per il sistema Italia: ci vorranno almeno 5 anni di crescita lenta e di sacrifici, per ridurre il debito pubblico e per correggere tutti gli squilibri e le distorsioni esistenti e per attuare le riforme strutturali ed anche istituzionali di cui il Paese ha bisogno da decenni.

Ma nel medio lungo periodo il Paese ha le risorse per competere efficacemente e per tornare a crescere a ritmi più alti della media europea.

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