A mente fredda
25 Maggio Mag 2012 2146 25 maggio 2012

Cari italiani, questa politica vi rappresenta più di quanto credete

Da qualche giorno non pubblico aggiornamenti sul blog, per impegni vari, ma continuo a leggere con interesse quello che succede in Italia. Guardo in particolare alla sempre maggiore disaffezione per la politica maturata ormai da tempo, ma esplosa in queste ultime settimane anche alla luce dei risultati elettorali amministrativi. Se una delle coalizioni "storiche" sembra in una crisi forse fatale, l'altra nel migliore dei casi limita i danni, e vince soprattutto laddove non ha avversari. In tutto questo, si diffonde un sentimento di distacco e di ostilità verso i politici "che promettono ma non fanno niente", "che vengono votati per fare una cosa e fanno tutt'altro", "che intanto sono tutti uguali, tutti al servizio degli stessi poteri forti", "che non ci ascoltano mai".

Non dico che queste accuse siano tutte ingiustificate, perché la qualità della nostra classe dirigente è davvero preoccupante, e perché effettivamente la responsabilità di un fallimento di un ventennio di vita del paese pesa soprattutto su chi del paese avrebbe dovuto essere la guida. Ma mi chiedo se questo atteggiamento da parte dell'opinione pubblica, da parte nostra, sia del tutto fondato, o non sia, invece, un modo per autoassolversi. Visto che "loro" hanno fatto sempre i loro comodi, non ci hanno mai ascolati, hanno sempre pensato ai loro privilegi e basta, allora "noi" in tutto questo siamo innocenti, perché se ci avessero ascoltato, se avessero fatto quello che effettivamente promettevano e per cui li votavamo, il paese sarebbe più attrezzato ad affrontare questa situazione critica, e tutti staremmo meglio.

Ma questa "narrazione" è davvero così attendibile? la politica italiana degli ultimi vent'anni (per limitarci alla durata, all'ingrosso, di questa classe dirigente) è davvero riassumibile in promesse disattese da parte di autori di programmi che invece, visto il consenso che riscuotevano, sarebbero stati effettivamente validi?

Questo significherebbe effettivamente che la democrazia italiana non funziona, che andare a votare non serve a nulla perché, per la loro conformazione e per la natura del sistema elettorale e istituzionale, a qualunque risultato delle consultazioni corrisponde inevitabilmente un composizione diversa, negli uomini e nelle idee, della compagine di governo. Ora, io ho detto più volte (specie qui) che il "porcellum" ha un'infinità di vizi tecnici, e che produce parecchi problemi sul rapporto tra eletti ed elettori. ma non si può dire che in nessuna delle elezioni svolte con questo sistema, né in quelle col precedente uninominale spurio, chi vinceva non avesse un consenso sufficiente a legittimare il proprio ruolo di governo (pur non avendo mai la maggioranza assoluta, ma del resto è questo il senso delle correzioni maggioritarie). Anche nelle elezioni più contestate, quelle del 2006, comunque chi aveva vinto aveva raccolto un consenso imponente e incontestabile, e ciò è tanto più vero alle ultime politiche, quelle del 2008. Chi era al governo, insomma, era lì perché un numero sufficientemente consistente di italiani lo aveva ritenuto opportuno, e aveva scelto quell'opzione conoscendola bene.

E infatti, almeno in parte, se guardiamo nel lungo periodo, gli elettori non possono scrollarsi di dosso tanto facilmente la responsabilità dell'assenza di politiche serie di gestione dei problemi sociali nazionali. Perché nemmeno l'opinione che gli eletti abbiano poi fatto "quello che volevano" invece di fare quanto concordato con gli elettori regge molto. Tanto per dire, nel 2001 Berlusconi e i suoi avevano un consenso decisamente diffuso (in qualche area plebiscitario) nella piccola imprenditoria diffusa del centro-nord, che chiedeva, tra le altre cose:

  1. mano blanda sull'evasione fiscale;
  2. legislazione sull'immigrazione che impedisse una corretta gestione dei flussi e una integrazione dei nuovi arrivati nei diritti;
  3. sussidi generosi alle imprese già esistenti, eventualmente a scapito di quelle nascenti, per aggirare l'ostacolo del necessario adeguamento alla competizione per la sopravvivenza.

E questo ha ottenuto, ché l'azione dei governi Berlusconi dal 2001 al 2006 è così riassumibile, fatta salva l'azione sul piano giudiziario che aveva altri scopi. A questo gruppo di pressione e di potere piuttosto rilevante, naturalmente, si sono agglutinate altre masse elettorali, essenzialmente quelle per cui già nel 1994 la vittoria berlusconiana era necessaria per non far vincere "gli altri", e che si sono lasciate facilmente convincere del fatto che questo programma (spiattellato esplicitamente e senza troppi problemi nei numerosi interventi in TV del candidato alla presidenza del consiglio) fosse una "rivoluzione liberale". A fare da contorno molti capibastone che gestiscono migliaia di preferenze, là dove la politica si fa soprattutto così.

L'altra parte politica gestiva sicuramente un rapporto più complesso con le proprie constituencies elettorali, se non altro per la decisa varietà del fronte che si ritrovava a sinistra. Un ruolo di primo piano, però, se non altro per l'elevato potere di veto, era sempre giocato dai lavoratori "fissi", dipendenti pubblici e di imprese private medie e grandi, generalmente sindacalizzati, che ponevano in testa alle loro priorità il mantenimento in sede giuridica dei privilegi per la conservazione del posto di lavoro indipendentemente dalla qualità del servizio (sostanziale inamovibilità in un caso, interpretazioni "fissiste" di alcune norme originariamente secondarie dello Statuto dei lavoratori nell'altro) che avevano ottenuto quando i rapporti di forza lo avrebbero consentito e che ora non sarebbe più possibile ottenere con una normale negoziazione delle controparti. A costoro si uniscono quelli che assimilano la difesa dei privilegi di una parte alla difesa dei diritti di tutti, attraverso una serie di pregiudiziali ideologiche. Non c'è molto altro da dire, se non che i risultati di tutti i tentativi di riformare il mercato del lavoro mostrano quanto il parere di questi elettori sia stato ascoltato in sede politica.

Con questo schizzo, naturalmente semplificatore di una realtà più complessa ma proprio per questo, credo, capace di cogliere meglio nel segno alcuni problemi reali, cosa voglio dire? Essenzialmente che gli elettori italiani si sono mostrati, nel corso del tempo, assai più scafati e svegli di quanto adesso vogliano farci credere. Sono andati a votare per anni avendo bene in testa alcune priorità fondamentali, riassumibili nella difesa del loro stato, qualunque esso fosse. In pratica chiedevano ai partiti:

  • finché puoi lascia le cose come stanno;
  • se proprio devi cambiare qualcosa, cambiala in un altro settore;
  • se proprio devi toccare me, non toccarmi come categoria, ma attraverso un provvedimento generale, così posso lamentarmi con gli altri, e mi sento meno solo.

E i partiti, di solito, hanno ascoltato, per certi versi ascoltano tutt'ora. Quindi, cari elettori italiani, non facciamo i modesti lamentandoci perché nessuno ci ha ascoltati: per quanto riguarda i provvedimenti che effettivamente ci hanno portato a questa situazione (stipendi e prebende sono intollerabili, ma via, sono bruscolini rispetto al debito che noi abbiamo chiesto a gran voce di accumulare nel corso degli anni) i governi hanno fatto in gran parte una politica che siamo stati noi a scegliere. Se ne paghiamo le conseguenze, non è così ingiusto, anzi, forse potrebbe essere educativo.

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