A mente fredda
28 Maggio Mag 2012 0016 27 maggio 2012

Per riformare il concorso pubblico, bisogna ricordare la sua funzione

Un mesetto e mezzo fa, quando avevo proposto una profonda riforma del nostro modo di concepire il dottorato di ricerca, arrivando possibilmente anche a riformare i meccanismi di attribuzione delle risorse salariali, qualcuno si era opposto con quello che è il classico rifugio degli incompetenti in queste materie: la selezione per le scuole dottorali e quella per le borse di studio non poteva essere toccata perché era stabilita dalla Costituzione. A parte il fatto che se la Costituzione ci impone qualcosa che non funziona nulla impedisce di modificarla secondo le procedure richieste, resta ridicolo pensare di proporre la stessa stabilità delle norme costituzionali (quali appunto quelle che impongono lo svolgimento di pratiche concorsuali per l'assegnazione di borse di studio, o posti di lavoro nei ruoli pubblici e in magistratura) per quelle norme che del dettato della Carta rappresentano l'applicazione in sede ordinaria, se non altro perché ragionando così una gran parte delle leggi approvate a vario titolo dopo il gennaio del 1948 sarebbe modificabile solo con i passaggi richiesti dall'art. 138. Forse è il caso, piuttosto, di riflettere sulle ragioni per cui la nostra Carta impone di attribuire una serie di posti di lavoro e di provvidenze per concorso. Da questo punto di partenza poi ognuno potrà pensare quello che vuole.

Iniziamo col dire che questo tipo di selezione non è stato indicato per caso tra tanti modi possibili, né rappresenta una scelta originale del nostro costituente. Nella Francia rivoluzionaria l'accesso su base concorsuale alle più elevate possibilità di studio e all'impiego in diversi ambiti della funzione pubblica era considerato uno degli strumenti principali per l'applicazione concreta di una suggestiva sezione dell'art. 6 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino:

La Legge è l’espressione della volontà generale. [...] Tutti i cittadini essendo eguali ai suoi occhi, sono egualmente ammessi a tutte le dignità, posizioni ed impieghi pubblici, secondo la loro capacità, e senza altre distinzioni che quelle delle loro virtù e dei loro talenti.

Ad un ancien régime in cui il destino professionale e di carriera dipendeva pressoché esclusivamente dalla famiglia di provenienza e/o dal ceto di appartenenza, si voleva sostituire una società degli individui, e si era cercato uno strumento che garantisse concretamente il pieno esercizio dell'uguaglianza di fronte alla legge, anche laddove i vertici dell'amministrazione dovevano scegliere i suoi componenti, e le scelte, si sa, non possono mai essere del tutto neutre, per il solo fatto di imporre una preferenza di un invidivuo su un altro.

Sappiamo bene, del resto, che Oltralpe questa prescrizione è stata presa tanto sul serio che a partire dagli anni Novanta del Settecento si è sviluppata la complessa rete delle Grandes Écoles, un sistema che oggi mostra la corda e che è criticabile sotto molti aspetti, ma che ha rappresentato per decenni la garanzia di accesso democratico a un sapere di qualità.

Che tutto questo, in Francia, non fosse solo stabilito sulla carta, si può confermare prendendo un esempio che per ragioni di studio ricordo abbastanza bene. Il caso della sentenza del Consiglio di Stato del 28 maggio 1954. Si era nella Quarta repubblica, quando cioè la Dichiarazione del 1789 era stata "costituzionalizzata" con un richiamo nella Carta in qualità di riferimento per la tutela delle libertà civili. Infatti, il supremo organo di giustizia amministrativa riammetteva alla frequenza della prestigiosa École Nationale d'Administration sette vincitori del concorso di ammissione che erano in precedenza stati esclusi perché considerati vicini al Partito comunista. Se infatti nessuno poteva imporre al governo di attribuire incarichi di qualche rilevanza a personale che non considerava pienamente affidabile, il diritto dei cittadini di essere ammessi ai gradi più alti degli studi e di essere assunti sulla base del loro merito era ritenuto inalienabile,. Sarebbe poi spettato ai singoli individui scegliere tra l'accettazione del fatto di essere sostanzialmente esclusi da qualunque ruolo operativo e le dimissioni.

In breve, quindi, il concorso pubblico a cosa serve? Essenzialmente a garantire due cose:

  • l'eguale accesso di tutti gli individui alle opportunità di studio e professionali;
  • una scelta basata sulla corrispondenza maggiore possibile tra le capacità/il profilo professionale richiesti e quelli offerti dall'individuo selezionato.

Per valutare se un concorso funziona, occorre chiedersi quanto le sue procedure e i suoi risultati corrispondono a questo schema. Se è ovviamente impossibile chiedere la perfezione a un criterio di scelta, è doveroso cercare di avvicinarvisi in modo soddisfacente. E una rapida carellata su alcune procedure concorsuali che mi vengono in mente mi fa pensare una cosa piuttosto triste: il vero problema dei concorsi nel nostro paese non è il fatto che abbiano un elevato margine di errore; caso mai, è il fatto che sembrino quasi coscientemente concepiti per produrre gli effetti contrari.

  • Il recente dibattito sul titolo di studio non è mai riuscito a decollare perché, come al solito, si è riproposta la vecchia divisione tra abolizionisti radicali e legalisti convinti, invece di guardare al problema di fondo: le norme sui titoli non sono pensate per garantire l'eguale accesso, ma per evitarlo. Se si può fare un concorso per archivista che ammette i laureati in Lettere e non quelli in Storia con diploma di specializzazione in archivistica, il punto è proprio che si vuole escludere qualcuno, e tutte le chiacchiere sulla salvaguardia del valore dei titoli accademici sono solo aria fritta. E in Italia funziona proprio così: la selva di norme e di rimandi per l'accesso alle selezioni pubbliche, spesso sviluppata in maniera incrementale per stratificazione, è contraria allo spirito originario della selezione concorsuale proprio perché è escludente, e forse, su queste basi, bisognerebbe cominciare a pensare che è un assetto del genere ad essere anticostituzionale, visto quanto detto prima. Un discorso simile, peraltro, si può fare per l'insieme di tutele dei dipendenti statali che rendono impossibile la correzione degli errori di selezione, in qualunque misura e per qualunque causa essi si presentino: un concorso pubblico che crea un ordine di privilegiati, i quali per il solo fatto di aver vinto una competizione hanno maturato diritti e prebende intoccabili rispetto a chi quel concorso non l'ha vinto, violenta la sua funzione egualitaria, proprio perché si tramuta da porta aperta in barriera all'accesso professionale.
  • Proprio in occasione dei primi "botta-e-risposta" sul titolo di studio, era stata presentata su un noto blog di economisti un'analisi sul rendimento dei concorsi in quelle università private che, per legge, debbono assumere una quota di docenti secondo le normative concorsuali dell'università pubblica, ma possono selezionare il resto del personale docente per chiamata diretta. Sul complesso caso dei concorsi universitari ho già detto la mia tempo fa, e non ci torno. Qui mi limito a considerare il fatto che una persona autorevole e informata può scrivere, suffragata dai fatti e dai dati, questo:

Il vincolo fondamentale per le università private sembra essere l'imposizione da parte del ministero dell'assunzione di una percentuale minima di docenti tramite il meccanismo dei concorsi. In sostanza la Bocconi, per avere il valore legale, deve assumere alcuni docenti con meccanismi simili a quelli usati dalle università statali, piuttosto che assumerli direttamente con i criteri che più le aggradano. Il vincolo aggiunge una certa macchinosità e una buona dose di inefficienza al reclutamento, anche se le università private restano libere di pagare di più i propri docenti (e in parte lo fanno), di reclutare almeno un sottoinsieme di docenti senza concorso [...]. Però, e comprensibilmente, questi vincoli sembrano ingiustificati.

In sostanza il concorso pubblico, ovvero una procedura che ha senso solo e soltanto se garantisce che nella selezione i criteri delle capacità e dell'adeguatezza al ruolo trovino affermazione sopra qualunque altra considerazione, è considerato come un ostacolo per la scelta del personale più adeguato. Un meccanismo che funziona così, semplicemente, non è un concorso.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook