Signorina Frida
29 Maggio Mag 2012 2137 29 maggio 2012

Delitto e castigo

Si imprigiona chi ruba, chi stupra, chi uccide ma da dove viene questa singolare esigenza di rinchiudere un corpo? Il corpo è sempre stato oggetto di grande attenzione e sottoposto a pressioni di ogni genere: costrizioni, divieti, obblighi, manipolazioni… Forse perché è lì che si crede risieda l’anima?
Durante l’Ancien Regime, in un regime economico preindustriale, il corpo del condannato apparteneva al re e su quel corpo si scagliava il suo potere marchiante attraverso il supplizio, luogo in cui si manifestava al massimo grado il superpotere monarchico, e per mezzo del boia, anatomista immediato della sofferenza. Il supplizio, nel suo aspetto carnevalesco a cui partecipava attivamente il popolo, ricostruiva la sovranità ferita: il re prendeva parte all’esecuzione non solo come potenza che vendica la legge, ma anche come potere in grado di sospendere la legge stessa e la vendetta. Era questa la civiltà della spettacolarizzazione della punizione, dove il corpo suppliziato rappresentava il primo bersaglio della repressione penale e il potere politico manifestava con lo strazio corporale la propria forza brutale.
Nella seconda metà del XVIII secolo, in un sistema economico capitalistico, il corpo aveva un valore commerciale e i riformatori lo consideravano un bene sociale, da utilizzare per i lavori pubblici nelle cosiddette città punitive. Con l’età dei Lumi si diffondono le proteste contro il supplizio, scontro fisico tra re e condannato, ed inizia ad affermarsi la riforma dei sistemi penali e punitivi. Non si può non menzionare il grande giurista e filosofo Cesare Beccaria, sostenitore dell’umanizzazione del castigo e figura di spicco contraria alla inutile prodigalità del supplizio; accanto all’umanità della pena, troviamo l’esigenza della dolcezza e della certezza della pena per il criminale, colui che è uscito dal patto sociale destabilizzandolo con il suo reato. Si punta, dunque, all’alleggerimento della pena, alla diminuzione dell’arbitrarietà e ad una codificazione più netta nella corrispondenza tra reato commesso e castigo. Il tempo diventa un operatore della pena che deve trasformare il criminale; al grande e sfarzoso teatro punitivo esposto al pubblico si sostituisce il grande apparato della prigione, microcosmo di una società perfetta. L’oggetto della punizione non è più il corpo, ma la libertà, diritto e bene al contempo: si afferma, perciò, una nuova morale nell’atto di punire, tesa a colpire l’anima, e il diritto di punire deve avere dei limiti, con l’obiettivo di difendere la società da coloro che la mettono in pericolo e di calcolare una pena in funzione della sua potenziale ripetizione. La causa prima dei crimini è l’ozio, secondo i riformisti: chi vuol vivere, deve lavorare e per ricostruire l’homo oeconomicus si attivano lavori retribuiti per i detenuti, in modo da poter essere reinseriti nel mondo del lavoro e favorendo, così, un’ottimizzazione nell’impiego di quel nuovo operatore della pena che è il tempo, laddove, nella mentalità borghese, rappresenta il denaro (time is money), che impone di trarre dal minimo impiego di minuti il massimo profitto di moneta, di scienza e di conoscenza. E la prigione diviene il luogo della conoscenza attraverso la sorveglianza permanente nei suoi effetti, ma discontinua nell’azione: nasce il Panopticon, figura architettonica di Bentham, basata sul principio del potere visibile ma inverificabile, economico ma efficace.
Nel XIX secolo si afferma la prigione come istituzione punitiva, dove si manifesta un’altra fisica del potere e un altro modo di investire sul corpo umano: costruita originariamente all’esterno dell’apparato giudiziario, la prigione diventa necessaria nel momento in cui si avverte il bisogno di ripartire i corpi per ottenere il massimo rendimento, attraverso la disciplina, arte di disporre i corpi in modo da creare un apparato funzionale e si priva della libertà, affermatasi ormai come bene comune a tutti. Nel 1837 si assiste all’eliminazione delle catene e ci si avvia all’uso della vettura cellulare, una sorta di panopticon mobile, che trasporta il detenuto in prigione, dove lo attendono isolamento lavoro e guarigione-normalizzazione.
Emergono, pertanto, tre tecnologie di potere: quella in cui il corpo suppliziato è lo strumento primo della manifestazione del potere regale; quella in cui l’anima viene manipolata nelle sue rappresentazioni e quella in cui il corpo viene addestrato, determinando il passaggio storico dalla penalità suppliziante a quella detentiva. Per essere buona, la prigione deve assolvere a cinque compiti fondamentali: rieducare, modulare la pena, imporre il lavoro (diritto-dovere), sottoporre a terapia con personale abilitato, classificare in base a sesso e reato.
Tolstoj disse: “Nulla più delle sue prigioni descrive l’anima di una nazione” e l’Italia, ancora una volta, sfoggia una pessima descrizione della sua anima, perché purtroppo i penitenziari italiani versano in condizioni drammatiche e risultano fuorilegge, essendo divenuti contenitori di “rifiuti” sociali e non assolvendo più al compito di rieducare dolcemente chi ha commesso un crimine, più o meno grave.
A decretare lo stato pietoso delle prigioni italiane ci pensano sempre i numeri, quelli non si possono contestare, non si possono manovrare a piacimento e vanno presi in considerazione perché si è già lontani dal rispetto dei diritti umani fondamentali. In Italia ci sono quasi 66.585 detenuti (dato riferibile al 13 aprile 2012), i posti letto sono 45.742 e quelli reali ancor meno; la Puglia è la regione con il più alto tasso di sovraffollamento e l’Italia, con il suo 148%, è dietro solo alla Serbia nella classifica europea, mentre la Campania ha il più alto numero di imputati rispetto ai condannati. Nel primo trimestre del 2012 si sono registrati 37 decessi, 17 per suicidio, nella maggior parte di detenuti italiani, 5 per malattia e 15 per cause da accertare, numeri sconcertanti che fanno tremare le gambe a chiunque e pongono di fronte a molti interrogativi. Può questo Paese vivere solo ed esclusivamente di proclami da parte delle più alte cariche dello Stato che muovono i cittadini all’indignazione e allo sconcerto ma non agiscono di fatto per apportare miglioramenti alla qualità della vita di migliaia di persone detenute? Può una Nazione, che rifiuta la pena di morte, gettare le chiavi di una cella e firmare la condanna a morte di così tanti, troppi esseri umani? Può un Paese, patria di grandi illuministi, brutalizzare le condizioni esistenziali dei reclusi e venire meno all’obbligo morale di rieducare chi ha sbagliato, lasciandolo a scontare una pena che schiaffeggia nell’anima e uccide, nell’indifferenza generale, il corpo? Il supplizio, ora, si consuma nel corpo e nella mente, tra le pareti invisibili delle prigioni italiane che diventano luoghi di dolore e di negazione della speranza ad una schiera multiforme di persone che paga un prezzo troppo alto per reati molto spesso banali. Non esiste rieducazione laddove viene meno persino il rispetto dei principii indispensabili ad una vita degna d’essere vissuta: ammassare dieci persone in uno spazio minimo, costringerle a cucinare vicino ai servizi igienici, non garantire loro cure mediche e farle morire tra i tentacoli del tedio non porta con sé segni di riabilitazione e rieducazione, bensì l’impronta indelebile di uno Stato che non c’è ma che assurge a ruolo di educatore (fantasma).

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