Bestie e Sovrani
29 Maggio Mag 2012 0852 29 maggio 2012

Il filosofo, o è militante o non è

Si parla spesso di "filosofia militante" e devo dire, in tutta sincerità, che si tocca un nervo scoperto della sociologia della conoscenza. Infatti, a mio giudizio, il vero il problema è il “filosofo militante”, e non la filosofia.

Perché la filosofia, in sé e per sé, è sempre militante: nel senso che è sempre partigiana, schierata in difesa di una tesi, o di un’altra, pronta a confutare un errore, o dimostrare l’esistenza di un paradosso. Dalla maieutica socratica, fino all’utilitarismo singeriano, la filosofia è la militanza per eccellenza.

Lo stesso, tuttavia, non capita per gli uomini che producono quella filosofia: i filosofi. E questo ci permette di parlare di un tema estremamente importante: che è quello del rapporto tra teoria e prassi.

Cosa c’è ne facciamo di una teoria militante, se il teorico esita a militare in accordo col pensiero che ha introdotto? La maggior parte dei filosofi non sono Socrate: non bevono la cicuta in accordo con i loro precetti morali, politici e filosofici.

La maggior parte dei filosofi è umana, trema dinnanzi al potere, e ne insegue i benefici. Una carriera accademica può essere interrotta da un’esternazione sincera e conseguente a quanto si è sostenuto in filosofia.

Pensiamo a Theodor Adorno – che della critica al potere fece il centro del suo pensiero – e che non esitò a chiamare la polizia per sgomberare l’università occupata dagli studenti in protesta proprio contro quello stesso potere; e poi Jackie Derrida che, nonostante i suoi pensieri sull’animale e sulla questione animale, dichiarò, senza troppi problemi, di mangiare carne obliterando proprio quei soggetti di cui, come per la sua gatta, abbiamo occultato il volto.

Ora, tanto Adorno, quando Derrida, hanno consegnato alla storia, posso dirlo senza remore, filosofie militanti, schierate e, senza esagerare, maestose: ma hanno temuto di militare con esse. Il nostro mondo, quello fatto di mutui e stipendi, è pieno di animalisti pagati da vivisezionisti e macellai, da veterinari animalisti che castrano l’animale prima del macello, da filosofi che vanno a grigliate con le Metamorfosi di Kafka sottobraccio … insomma, un mondo pieno di contraddizioni, e di pochezze.

Eppure, di Socrate, ne abbiamo visti altri. Epoche diverse, e contesti diversi. Penso sempre a Thoreau, in questi casi, che della sua filosofia fece pratica di vita e che sintetizzò, nel suo Disobbedienza Civile, in poche parole, quello che adesso cerco di dire arrovellandomi:

Come può un uomo accontentarsi semplicemente di prendere in considerazione un’opinione, e compiacersi di ciò? Di che cosa si compiace se la sua opinione è che egli viene danneggiato?

Immaginiamo quest’uomo, che avrebbe potuto inseguire una carriera filosofica di tutto rispetto grazie anche, come succede tutt’oggi, all’aiuto del suo maestro Ralph Waldo Emerson, e che invece si ritirò sul lago di Walden per vivere di, e con sé stesso, e che, tornato poi in “civiltà”, preferì la prigione al pagamento delle tasse volte a finanziare la guerra del suo tempo.

Dunque, un insegnamento che dobbiamo trarre da tutto ciò, è il seguente: la filosofia milita, se il filosofo non esita. Possiamo senz’altro lavorare sulle filosofie di Derrida o di Adorno, ma per prima cosa dobbiamo lavorare sulle persone – rendere coerente il pensiero con l’azione, e viceversa.

Ora, capiamoci, so bene che la rivoluzione non passa dal comportamento individuale, che dobbiamo agire sulle strutture sociali, e non su una falsa visione del sociale come insieme di singoli; e tuttavia, pur sapendo questo, so anche che la rivoluzione non passa dall’individuo, ma comincia dall’individuo: se non riesco a cambiare me stesso, come posso sperare di cambiare il mondo?

Derrida voleva decostruire l’arte, la filosofia e l’architettura, ma si dimostrò incapace di decostruire se stesso: ancorato alla giustificazione che anche il mangiar vegetali comporta sfruttamento animale, non riuscì a staccarsi dalla morte più terribile – e continuò a bien manger – pur calcolando il soggetto.

Allora cerco anche di spingermi oltre, di osare nei giudizi, e non me ne vergogno. Troppo perbenismo popola il popolo: “Nessuno ha la verità in tasca”. Falso, se ti dico di non uccidere un bambino indifeso, io posseggo questa verità. E se credo che un filosofo non possa dire A, e poi fare non A, lo sto dicendo perché sono certo che so lo farà, quell’uomo non sarà più un filosofo.

Ecco cosa penso, che il filosofo militante non sia una particolare classe di filosofo, ma che sia l’unico filosofo possibile. Certo, possono esserci professori di filosofia, insegnanti e ricercatori, talvolta anche buoni divulgatori, che non militano e filosofeggiano, ma non saranno mai filosofi – non saranno mai, cioè, visionari di quella sofferenza abissale di cui la filosofia deve farsi carico.

La filosofia non è una “banale” indagine del reale – altrimenti sarebbe collassata nella fisica. La filosofia è un’indagine del reale affinché si possa cambiare ciò che rende questo mondo non, come vorrebbe Leibniz , il migliore tra gli infiniti, ma tra i peggiori concepibili.

Un mondo in cui crepano a milioni, per i benefici di pochissimi, e in cui il miraggio di fare si chiama “centro commerciale”, è un mondo che andrebbe ribaltato.

Ecco, infine, cosa fa il filosofo: ribalta il mondo, e svela gli inganni del senso comune. Sempre Thoreau, che ha guidato questo mio articolo, scriveva: «se una pianta non può vivere secondo la propria natura, muore, e allo stesso modo un uomo ».

E cosa stiamo facendo noi, se non morire?

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