Da mamma a mamma: Take it Easybaby!
29 Maggio Mag 2012 2051 29 maggio 2012

Un giorno


Faccio una premessa: non scrivo questo blog né per autoincensarmi, né perché aspiro a essere eletta quarta corona della letteratura italiana, né ancora per incontrare il plauso dei miei lettori, lo scrivo perché mi piace, molto, tutto qui. Poi se piace anche a voi, per carità, sono molto grata.
Come a scuola, oggi giornata di temino. A questo punto del mio viaggio manca un po’ di cronaca, fatti insomma.
7.00 La vocina fatata di Emma trapana l’interfono: “Mammaaaaaaaaa!!
Time to get up baby, senza se e senza ma, scatto in piedi come una molla…non è vero, colpo di Judo alla mia destra e Bernardo si trascina, senza dubbio odiandomi, a prendere la piccola che come ogni mattina viene trasportata nel nostro letto in un orario variabile fra le 5 e le 7 della mattina. La nostra speranza, costantemente disillusa, è che si riaddormenti…sarà successo una volta in tre anni ma noi ci crediamo ancora: Yes we can.
Emma viene deposta nel mio letto, è morbidissima e mi si struscia tutta addosso coccolosamente. Sono le sette ma vale sempre la pena pastrugnarsela un po’ prima di una dura giornata, non potrei più farne a meno.

E va bene, tutti a fare colazione. Leo è ancora in coma apparente, si sveglia di colpo al primo suono di cartone animato che sente provenire dalla televisione.
Nessuno di noi mangia la stessa cosa: Bernardo caffè senza zucchero, Leo una brioches, Emma cereali con il latte e io caffè latte (più molte altre cose rubate dal frigo durante la notte ma questo non c’entra).


7.45 Da questo punto in poi succedono tantissime cose in rapidissima sequenza: ci vestiamo un po’ a caso mentre vestiamo i bambini sempre un po’ a caso e poi anche oggi, rigorosamente in ritardo di circa mezz’ora sulla tabella di marcia, partiamo in tre alla volta dell’asilo. Della nostra casa non è rimasto più nulla…dalla strada si vede un buco nel palazzo all’altezza del quarto piano. Cenere e distruzione, un tappeto di pigiami stracciati, bottiglie vuote sul pavimento, biberon accartocciati come lattine…la stessa storia ogni giorno, casa nostra per fortuna è una fenice.


9.00 Vorrei lasciare i bambini in classe ma oggi no, tutti in giardino con le maestre per il terremoto...


9.15 Sono in macchina verso l’ufficio. Stiamo preparando un programma sulle mamme che lavorano, appunto, e ci sono da scrivere i copioni più le altre mille cose di tutti i giorni.
Come fanno queste mamme, queste donne, tutte le donne, a fare tutto?
A mio giudizio non c’è bisogno di avere un figlio per essere madre, è sufficiente avere un compagno. Come si fa, davvero, a essere compagna, moglie, amante, mamma, cuoca, manager, casalinga e fine psicologa, in un solo giorno, tutti i giorni?


13.00 Terremoto e pranzo con possibile futuro collaboratore del canale.


14.30 Troppo tardi per tornare in ufficio, troppo presto per andare a prendere i bambini.
Mi siederò su questa bella panchina: a Milano oggi c’è il sole, il vento. Vedo passare tante mamme con i passeggini: chissà a cosa stanno pensando, se sono stanche, se sono felici, se sono realizzate, se hanno paura, se si rendono conto di quanto sono fortunate nonostante tutto. Mi rilasso per 5 minuti mentre leggo e rispondo alle mail di lavoro che ho ricevuto durante la pausa pranzo.


15.30 I bambini escono da scuola. La faccina di Leonardo mentre mi cerca fra le altre quando ancora non sa che io lo vedo già. Quello sguardo affettuoso, amoroso, un secondo prima di incrociare il mio sguardo mi ripaga di tutto: di tutte le cose che non ho fatto nella mia vita, di tutte le altre me stessa che ho messo da parte, di tutta la stanchezza accumulata, delle responsabilità che a volte mi pesano sulle spalle, degli amori che ho tradito, del perdono che non posso darmi, del tempo che non trovo mai. E’ tutto lì, in quegli occhi vivi, in quello sguardo che non c’era, che io ho reso possibile. E’ tutto lì, in quella vita a prescindere dalla mia, in quell’essere che ho reso libero e che ancora non sa che la vita della sua mamma dipende dalla sua e da quella di sua sorella, ma questo lui non lo saprà mai, non deve saperlo mai.


16.00 Parlo al telefono con un ospite di un programma che andrà presto in onda e guardo i bambini giocare sul prato.
17.00 Lavoro, lavoro, lavoro, lavoro a casa mentre mi trottano intorno.
18.00 Bagnetti e pigiamini, giochi e lavoretti
19.00 Pappa per Leo e Emma mentre io cerco di lavorare ancora un po’
19.30 Torna Bernardo!
20.00 Cena
21.00 Da questo punto in poi della serata mi trovo qui, sul divano, a lavorare o a scrivere mentre mio marito sdraiato sul tappeto guarda tutti i canali più strani della piattaforma Sky, ora siamo su NatGeo Wild.
Ogni tanto alzo la testa e lo vedo e gliene devo dare atto, forse proprio adesso: se non fosse per lui, per la sua pazienza, per il suo esserci sempre nonostante le mie ombre e i miei nervosismi, la mia vita non sarebbe il meraviglioso gomitolo che è.

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