Dario Russo
Babele
30 Maggio Mag 2012 2148 30 maggio 2012

Il lavoro è dignità, non carità

In tempi di crisi, un posto di lavoro è diventato a tutti gli effetti un privilegio, un terno a lotto, una sorta di miraggio. Qualche tempo addietro, qualcuno parlava di generazione mille euro, oggi c’è chi metterebbe tranquillante la firma per tale somma, accendendo anche un cero alla Madonna di Pompei.

Sfogli i pochi annunci di lavoro e sembra che la crisi non esista - Le aziende sono tutte leader nel settore, offrono una retribuzione commisurata alle tue capacità e soprattutto ti danno una possibilità di crescita professionale; tradotto in italiano, tale azienda si trova con la melma fino al collo e cerca semplicemente qualcuno che li aiuti a spalarne un po’.

I risultati li conosciamo, con il festival dei contratti di pulcinella - Nascono posizioni pressoché bislacche. Siamo o possiamo diventare tutti manager di qualcosa, anche di una bancarella andrebbe bene (pardon: start up); l’essere specialist è decisamente affascinante, CEO (l’equivalente dell’amministratore delegato) è una parola squisitamente erotica, anche se la fantomatica “azienda” ha un solo dipendente (magari con contratto di stage).

Il posto di lavoro è diventato uno status symbol - Specie di questi tempi, calcare sia la disperazione che il narcisismo diventa la carta vincente per ottenere manovalanza gratuita o una rendita interessante. A questo punto, il danno è bello e fatto. Ti affidi ad una qualsiasi società per ottenere un determinato servizio, credi di stare nelle mani di un professionista e in realtà ti stai affidando all’ultimo dei tirocinanti. Intanto tu paghi una profumatissima parcella, sorridi e ringrazi pure.

Master a go go e corsi di formazione a iosa - Possibile che dopo un percorso universitario ci sia bisogno di tutto questo? Bisogna analizzare più punti. In primis, c’è il deficit dell’università italiana e in secondo luogo c’è la truffa delle parole. Il termine master, in Italia evoca un certo fascino, eppure altro non è che il percorso universitario post laurea triennale; il master sarebbe il corrispettivo della laurea magistrale, ma vuoi mettere? Master è decisamente più cool. Intanto paghi, sorridi e ringrazi. Non importa se chi ti ha fatto la formazione magari ne capisce quanto te. Lui ha giacca e cravatta, si destreggia con un linguaggio forbito e ti consegna un titolo.

Dimentichiamo il vero senso del concetto di lavoro - Ci scordiamo che prima di tutto il lavoro è dignità e non un mero status; quando si ragiona in questi termini ecco spiegato perché diventa carità. Purtroppo, ci sono tantissime storie delicate, dove il discorso che ho appena fatto non vale. Storie di chi accetta paghe grame e condizioni contrattuali assurde per una semplice questione di necessità. Il mio discorso vale per chi può permettersi (relativamente) di rifiutare determinate condizioni, vale anche per chi non ha l'obbligo di dover effettuare un tirocinio per via dell’albo professionale. Il mio è un pensiero che rivolgo a chi ha già acquisito delle competenze significative, viene da più esperienze professionali, ma continua ad accettare di lavorare completamente gratis.

Nel video proposto, Maddalena si rivolge agli artisti, eppure le sue considerazioni possono valere per chiunque.

Come ci si può difendere? Se la scelta è quella di ripudiare offerte truffaldine o master tutt’altro che professionali, come per ogni caso, stiamo sempre bene attenti alle parole. Come già detto, spesso l’inglese viene usato per buttar fumo negli occhi; non dico che dobbiamo sempre storcere il naso, ma di stare attenti quando c’è una sovrabbondanza di termini anglosassoni , magari usati pure a casaccio. Altra suggerimento è di ricordarsi un detto molto semplice: “Quando il diavolo accarezza, vuole l’anima”, diffidando di chi vi chiama “Dottore”, senza che il soggetto possa avere la benché minima idea di chi siate. In ultima analisi, ricordarsi che lavorare gratis, senza guadagnare nel senso più concreto del termine - neanche con una reale formazione - è semplicemente svalutare il proprio valore e svendere la propria dignità.

Imbarazzo perché quando stai in società qualcuno ti può domandare: “Che lavoro fai?”, tu rispondi: “faccio cose, vedo gente”.

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