Storie di un fisco minore
30 Maggio Mag 2012 0346 30 maggio 2012

Lo stato mi dà 10 mila euro, dovuti da 20 anni. E poi me lo tassa

Incasso circa diecimila euro dall’agenzia delle entrate, condannata a pagarmi dai giudici tributari. La prima e unica volta della mia vita. Un evento talmente straordinario che mi induce a scrivere questo post in prima persona. Raccogliendo i documenti per la dichiarazione dei redditi relativa al 2011, balza agli occhi questo “compenso” che mi è stato cortesemente corrisposto da chi in genere chiede, non dà. Ed arriva il flash. Mi si presentano alcuni ragazzi, amici di amici, con una cartella Equitalia da quasi cinque milioni di euro (in realtà ancora non si chiamava Equitalia ma sono sempre loro). Sarà un errore. Indago, viene fuori che si tratta di imposte del 1987 per una società di cui il papà dei giovani contribuenti era socio e amministratore. “Ragazzi, siete sicuri che prima di questa cartella non abbiate ricevuto altro”? I due, terrorizzati dall’importo chiesto loro in pagamento, ne sono certi. Mai ricevuto nulla. I miei capelli erano ancora tutti neri, giovane e baldanzoso mi reco dalla solerte funzionaria del fisco e così sintetizzo (in un mondo normale così bisognerebbe comunicare con gli uffici pubblici, senza paroloni e in modo diretto, pure nei ricorsi): “Il signore è morto nel 1987. Ma già nel 1984 aveva ceduto le quote della società. Oggi chiedete agli eredi del defunto cinque milioni di euro per imposte del 1994. E’ chiaro che si tratta di un errore. Credo sia stupido e inutile scomodare i giudici. Mi annullate questa cartella pazza, per favore”? La funzionaria è sbigottita, mi chiede di tornare dopo qualche giorno, cosa che puntualmente accade, ma mi sento rispondere: “Dottore, sia gentile, è un importo elevatissimo, potrebbe proporre ricorso? E’ meglio che siano i magistrati a sentenziare che quella cartella è pazza e nulla”. I tre righi di motivazione (la spiegazione di sopra, cioè che il signore è morto nel 1987 ecc. ecc.) diventano pagine e pagine di contenzioso tributario, marche da bollo, udienze e tempo perso per tutti: contribuenti, professionisti, giudici. Nel frattempo (nelle famose “more” degli avvocati) Equitalia mette la casa degli eredi all’asta, e devo minacciare querele e denunce per fermare la vendita. Vi risparmio i particolari delle lacrime di vedova e orfani, nelle quali lascerei intingere una baguette a Maria De Filippi con – sullo sfondo – un plastico dell’appartamento messo al “pubblico incanto” e il buon Vespa che si sfrega le mani. Dopo qualche anno arriva la decisione definitiva: tutto annullato, agenzia condannata a pagare diecimila euro “con distrazione delle spese in favore del difensore anticipatario”. Ancora un paio di anni e mi accreditano il bonifico. Traduco: gli eredi non avevano un centesimo, non mi avevano pagato. Quindi, lo ha fatto l’erario. Ma il difensore non si distrarrà e ci pagherà le tasse, su quei soldi. Questione di giorni. Mi fermo qui perché, francamente, dopo aver incassato, se mi lamento troppo delle assurdità del sistema fiscale italiano, magari qualcuno mi manda a quel paese. Che sarebbe senz’altro migliore di questo.
Giuseppe Pedersoli

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