Umami
31 Maggio Mag 2012 2132 31 maggio 2012

Se l'ossessione del cibo diventa malattia

Scegliere un cibo diventa un atto morale, politico. Una scelta di campo e di vita, che può diventare patologica.
Ma partiamo dal principio. Scegliere di mangiare una bistecca, magari di carne argentina, o una bella insalata del nostro orto risponde a una specie di effetto farfalla. Ovvero avrà ripercussioni non solo sull'economia agricola, ma anche sul clima, l'ambiente etc. Da qui l'idea - forte - che certe scelte alimentari abbiano un significato morale. Niente da eccepire, fino a quando la scelta non diventa dogma. Recentemente, è spuntata persino una ricerca (firmata dal professor Kendall Eskine della Loyola University) in cui si sostiene che il contatto con il cibo bio crei un inasprimento della morale. Per sintetizzare: al confronto manicheo tra vegetariani e carnivori si è aggiunto quello tra biologici e sostenitori dell'agricoltura tradizionale. E i primi - stando a quanto sostenuto da Kendall Eskine - sarebbero sempre pronti con il dito accusatorio nei confronti degli altri.
Ma se finora siamo rimasti a livello dello scherzo, l'attenzione al cibo può diventare ben più pericolosa. Marino Niola ha definito "ortoressia" l'ossessione della nocività di ciò che si mangia, tipica della civiltà occidentale. Il cibo diventa tabù alimentare, i pericoli si celano dietro ogni sigla fino a farci diventare schiavi della paura di quanto si ha nel piatto.
L'uomo da sempre ha caricato il cibo di significati simbolici. Ai tempi della fame l'ossessione era la ciccia, simbolo di opulenza, ricchezza, benessere. Poi sono arrivati tempi floridi, con l'ossessione della magrezza, oscillante tra la malattia e la perfezione atletica del fisico. Nell'epoca della globalizzazione e della crisi mondiale, con il senso di precarietà che si porta dietro, la paura si concentra nei cibi sconosciuti, nello spauracchio della genetica, nel contrabbando delle intolleranze derivanti da imprecisate nuove caratteristiche degli alimenti.
Fino all'ortoressia. Dove ogni cibo deve essere controllato, sterilizzato, puro. E "la ricerca della purezza - ammonisce il professor Daniele Tirelli nel libro Pensato & Mangiato - impone principi spesso in contrasto con il buon senso".

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