Il marchese del Grillo
1 Giugno Giu 2012 1814 01 giugno 2012

Grillo è un provocatore, sai che scoperta!

Si sa, Beppe Grillo non è tipo da tenersi le cose sulla punta della lingua; non è fine stratega: quel che gli viene in mente lo dice anche a costo di qualche gatta da pelare, una dimensione che lo proietta anni luce lontano dalla politica politicante. Le uscite infelici si contano a decine, quella sulla mafia che non strangola (o strangòòòla) le proprie vittime ha suscitato un clamore smisurato nell’opinione pubblica quasi assuefatta dagli accenti del politically correct. Ogni cosa al suo contesto: il comico fa il comico, il politico fa il politico. Beppe Grillo ha scelto senza alcuna tema la prima strada. E a chi dice che la somiglianza col Bossi delle origini è quasi inquietante, andrebbe ricordato che il problema è tutto di Bossi dato che di mestiere fa il politico. L’ha ricordato anche nell’intervista a Gian Antonio Stella sul nuovo numero di Sette: nessuna intenzione di candidarsi a ruoli pubblici, solo la voglia di far da megafono alle istanze dei “boyscout puliti e perbene” che porta in politica. Nessun ruolo in un Movimento per sua stessa natura flat: si è tutti sullo stesso livello. Anche il Sindaco diventa “portavoce Sindaco”, il Consigliere “portavoce Consigliere”. Sorprendente come si accanisca a ribadire che la titolarità del simbolo deve essere prerogativa sua e sua soltanto: il rischio di una leadership di fatto è evidente.

Grillo è felpato, a tratti sornione, sembra far sua la placida tranquillità da trevigiano di Stella. Arriva a dire che la parte dell’incazzato cronico è solo una bella maschera per racimolare qualche sorriso nei comizi, che sono i partiti e non i politici ad essere tutti uguali, che un’idea valida è valida indipendentemente da chi la espone. E poi i classici mantra: l’ambiente, la raccolta differenziata, la democrazia senza partiti. Temi di sinistra, afferma con convinzione.
Fa scena quando sostiene la necessità di processi pubblici per i politici corrotti. Chi ha sbagliato deve essere giudicato da un gruppo di cittadini estratto a sorte e inserito in un regime di lavori socialmente utili. Una provocazione in piena regola: fosse una proposta politica vera, non avrebbe le gambe per camminare. Ricorda tanto quella perversione berlusconiana per cui i giudici devono essere eletti dal popolo, il principio di uguaglianza davanti alla legge che va sonoramente a farsi benedire. Ma Berlusconi è un politico, Grillo no. E' un artista. Guai a dimenticarlo.

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