Jacopo Tondelli
Post Silvio
3 Giugno Giu 2012 1709 03 giugno 2012

Sua Santità, grazie della visita, ma nel 2012 il problema non può essere il maggiordomo

Si conclude in queste ore la visita del Papa Benedetto XVI nella mia città natale, e quella in cui vivo. Ai preti di questa diocesi - lo dichiaro perfino nella mia biografia, qui accanto - devo molto di quello che sono, delle sensibilità che ho affinato negli anni, perfino delle cose che so. Non mi appartiene affatto, insomma, lo spirito di contrarietà alla Chiesa che - in un paese che per centinaia di anni si è sentito imporre il cattolicesimo come unica apparteneza religiosa possibile e un tutt’uno con l’italianità - è per la verità una reazione piuttosto naturale e diffusa.

E tuttavia, anche per me che “non posso non dirmi cattolico”, questa visita papale arrivata nel pieno di uno scandalo vaticano e di una situazione di generale spaesamento sociale e politico, lascia molti interrogativi e dubbi che, dopo averli condivisi e raccolti, mi sembra valga la pena di condividere per stimolare una riflessione ulteriore. 

Cosa è mancato alla visita di Benedetto XVI a Milano? Forse, nella percezione di tanti che non necessariamente fanno del laicismo militante la propria bussola, è mancato quel che manca alla Chiesa cattolica che si fa rappresentare dalle sue più alte gerarchie: un po’ di empatia, di vicinanza, di senso di condivisione dei destini di chi ha fame e paura, nel mezzo della più grave crisi economica che tutte le generazioni viventi hanno visto.

È banale, e conosco bene (per averla mossa io stesso assai di frequente) l’accusa di demagogia e le ragioni che la fondano. Ma non sono qui a chiedere, naturalmente, che il Papa di Roma si spogli dei suoi lussi e dei suoi palazzi per donarne i proventi ai poveri. Non è di questo genere di accuse da bar che mi accontento. Credo e chiedo, invece, che la Chiesa riconosca il proprio ruolo di testimone di valori e di fede, riscopra la sua vocazione ad essere (evangelicamente parlando) minoranza, e sia capace di far sentire con la testimonianza e la vicinanza ciò che molti preti e suore, e tanti laici, fanno sentire ogni giorno agli ultimi della nostra società.

Piaccia o meno, infatti, viviamo in un paese e in una società in cui la Chiesa gioca un ruolo culturale importante e decisivo, ben al di là degli striminziti confini dei cattolici praticanti. Un ruolo di coesione sociale, di diffusione di messaggi universalistici, di diffusione di cultura e sapere, di sostituzione di una welfare statale dal fiato sempre più corto. Un ruolo importante, anche per chi alla Chiesa non ne riconosce alcuno. Ecco, questa funzione di minoranza attiva come “lievito nella pasta”, è quella che alla Chiesa dei Cardinal Bertone e di una gerachia di maschi ottantenni sta mancando del tutto. E il rischio è che resti impresso nella memoria di tutti che la cosa più importante, per la Chiesa, sia un maggiordomo infedele che si aggira tra le stanze di un potere come molti altri e magari un po’ peggio. 

In un’era in cui il futuro fa paura a tutti, e per molti le incognite del presente riguardano anche la compatibilità di due pasti nello stesso giorno, sarebbe un finale di partita inglorioso, per la più duratura agenzia culturale della storia dell'occidente. 

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