Polemicamente corretta
4 Giugno Giu 2012 1056 04 giugno 2012

C'è un primo post per tutto

Durante il Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia, ho avuto modo di seguire il panel “ha ancora senso scrivere un blog?”. Al di là dell’andamento dell’incontro, un po’ degenerato fuori tema, la risposta al quesito del titolo può essere considerata affermativa. Già da tempo ci pensavo, e poi finalmente mi sono decisa così a mettere in piedi il mio.

Impiego sempre un po’ di tempo per ponderare le mie scelte, ed anche se con ritardo rispetto a molti altri, mi sono decisa ad inaugurarlo ora.

Mi sono convinta ora in quanto più consapevole su cosa dire e come dirlo, ora che ho trovato dei temi da trattare che mi interessano e mi coinvolgono in prima persona. E quando una cosa mi tange da vicino, ci metto ancora più passione e competenza nel raccontarla agli altri.

L’universo dei giovani che si affaccia al mondo del lavoro è descritto in moltissimi giornali, cartacei e online. Ma secondo me non se parla mai abbastanza. Nel nostro paese, chi si trova nel mondo del lavoro, dopo la laurea o il diploma, ha di fronte una landa desolata dove svolazzano grumi di polvere, come in una fotografia che immortala un vecchio villaggio del far west.

La mancanza di prospettive e la scarsità di offerta rendono l’Italia una nazione incapace di valorizzare i suoi talenti, di utilizzare al meglio il capitale umano rappresentato da neolaureati e diplomati. Una cosa però bisogna riconoscerla: imprenditori e istituzioni del nostro paese sanno sfruttarci e spremerci, lasciandoci in tasca esperienze, che a loro dire, ci arricchiscono il curriculum ma che in realtà ci impoveriscono umanamente, ed anche economicamente. Perché, soprattutto per chi si sposta, intraprendere stage con rimborsi spese irrisori, in altre città, corrisponde ad una perdita economica pura e semplice.

Dinanzi a tutto ciò, si rimane basiti, soprattutto uscendo dall’università carichi di speranze e di aspettative, che nel nostro paese, in tantissimi casi sono destinate a rimanere inattese.

Nelle ultime settimane, da più ragazzi miei coetanei, ho ascoltato riflessioni piene di amarezza, un’amarezza che mi pare troppo presto per provare. La frase più ricorrente che imperversa è “tornando indietro, cambierei tutto”. In molti, rimpiangono la scelta di aver proseguito gli studi dopo le scuole superiori. Altri di non essere partiti immediatamente per l’estero dopo la formazione superiore. Queste riflessioni sono a mio avviso un indice allarmante che non si può ignorare.

Chi, come me e molti altri ha intrapreso la via della formazione universitaria, ad una famiglia od ad una casa, ancora non può pensare. E passeranno degli anni prima che ciò accada. A causa di ciò è tangibile un rammarico diffuso per delle scelte che non si sono rivelate lungimiranti. Arrivare alla laurea non è più sinonimo di un traguardo raggiunto, e di infinite possibilità che si spalancano. Specifico che questo pensiero non abbraccia chi pretende di fare carriera semplicemente poiché possessore di un titolo di studio. Questo pensiero si riallaccia ad un’altra considerazione importante: oggi purtroppo, oltre alle competenze, non bastano più nemmeno l’impegno, il sacrificio, e la costanza per farci trovare un’occupazione desiderata e commisurata alle nostre capacità. E questo è un dato di fatto. Di certo non mancano le eccezioni, che a rigor di logica e giustizia dovrebbero però rappresentare la normalità. Infatti se le storie di sfruttamento, lavoro sottopagato o gratuito sono tantissime, ci sono esempi di come si possa riuscire ad entrare in circuiti virtuosi, siano essi innescati in aziende private o pubbliche.

Per cui, in questo mio spazio, voglio parlare di giovani, lavoro, università, raccontare le esperienze positive e negative e dare così un contributo alla conoscenza collettiva dei problemi, delle criticità e aiutare chi si trova in queste acque tumultuose.

Ma non solo. Tratterò anche altri temi.

E potrai scoprirli solo seguendomi.

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