Papale papale
4 Giugno Giu 2012 0803 04 giugno 2012

E dopo Vatileaks il papa traslocò a San Giovanni in Laterano

Stufo delle fughe di notizie, infastidito dalle lotte di potere, consapevole dello scandalo per i fedeli, il romano pontefice prese una decisione al contempo rivoluzionaria e antica: traslocò a San Giovanni in Laterano, per ricordare alla città e al mondo che il papa, prima che capo dello Stato del Vaticano, è vescovo di Roma. Chissà se nei libri di storia del futuro si leggerà mai un passaggio del genere. L’idea, però, non è campata in aria. All’inizio del suo pontificato Giovanni XXIII preannunciò che proprio con questo intento avrebbe trascorso alcuni giorni della settimana al Laterano. Poi, avvolto da mille impegni e resistenze, non ne fece nulla e rimase segregato in Vaticano. Ora lo scandalo Vatileaks – i documenti riservati del Vaticano finiti sui giornali e, da ultimo, nel libro di Gianluigi Nuzzi Sua Santità – hanno messo in luce, piuttosto impietosamente, un problema di governo della Curia romana. Legato, certo, a ambizione e incapacità dei singoli uomini. Ma afferente, in ultima analisi, a un tema di fondo: la preponderanza, appunto, dello Stato della Città del Vaticano sulla Santa Sede; la centralità che, per il vicario di Cristo, hanno assunto le incombenze di ordine burocratico; la statualizzazione della religione. Tanto da far quasi dimenticare che il romano Pontefice governa oltre un miliardo di fedeli di tutto il mondo, gode di una supremazia giuridica e spirituale nei confronti degli altri vescovi, rappresenta il perno dell’unità ecclesiale, non perché è monarca del piccolo Stato pontificio nato sulla scia degli altri Stati nazionali, non perché ha a disposizione lo Ior, non perché comanda sulle guardie svizzere – ma perché, appunto, è vescovo titolare di San Giovanni in Laterano.

Diversi osservatori di cose vaticane hanno acutamente notato che Vatileaks ha denunciato, come non mai, che il Vaticano è fin troppo italiano, addirittura italiota. Che le trame di potere che emergono sono lotte tra italiani (non nuove, in realtà, se si pensa alle battaglie delle famiglie nobiliari romane per ottenere l’elezione al soglio di Pietro di un proprio consanguineo…). Il Pew Forum on Relgion & Public Life ha mostrato come – a dispetto di una accresciuta italianizzazione del collegio cardinalizio con l’ultimo Concistoro – il baricentro della Chiesa cattolica mondiale si è spostato nell’ultimo secolo verso il sud del mondo (America latina, Africa, Asia meridionale). E il settimanale francese La Croix ha ricordato di recente che “il 46% dei capi della Curia e il 40,7% dei loro subordinati diretti sono ormai degli italiani”. Ma, forse, la chiave per risolvere l’eccessiva italianizzazione del Vaticano non è rendere il papato meno italiano, ma più romano.

Si obietterà che se il Papa è vescovo di Roma non può non essere italiano. Ironicamente, ne erano convinte due personalità che hanno dimostrato l’esatto contrario. Il cardinale Stefan Wyszynski, primate polacco e “padrino” di Karol Wojtyla, ebbe a dire, in occasione del primo conclave del 1978: “Personalmente ritengo che il vescovo di Roma, e quindi il primate d’Italia, può essere solamente un italiano. Ciò è conforme al diritto naturale”. Nelle stesse settimane un giornalista domandava al cardinale tedesco Joseph Ratzinger se riteneva che, dopo Paolo VI, sarebbe stato eletto un papa non italiano. “Diciamo che in linea di massima – rispondeva Ratzinger – potrebbe accadere. In passato è già avvenuto. Personalmente non sarei molto a favore”, perché “occorre ricordare che il Papa è il vescovo di Roma. Egli non riveste soltanto una carica al di sopra di altre cariche, ma è il vescovo di una chiesa locale, in questo caso quella di Roma. Nella sua veste di vescovo di Roma, è contemporaneamente responsabile per la Chiesa nel mondo. A mio avviso è necessario ribadire questa impronta locale della carica papale. Vale a dire: egli è prima di tutto vescovo di una città, e questo va ribadito”. Traslocando, magari, a San Giovanni in Laterano.

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