Signorina Frida
4 Giugno Giu 2012 1032 04 giugno 2012

I dottori (dell') anima(li)

Ѐ ormai opinione comune che gli animali ci donano benessere: non è un caso che, quando vediamo un cane un gatto o un cavallo, avvertiamo subito il desiderio di toccarli, di accarezzarli, di avvicinarli.
Il rapporto uomo-animale ha subìto cambiamenti notevoli nel corso del tempo: da quello magico-totemico, tipico, ad esempio, della civiltà egizia che adorava i gatti e considerava gli animali divinità o loro messaggeri, a quello economico-funzionalista, in cui gli animali erano semplicemente fornitori di cibo (carne, uova, miele). Oggi, invece, siamo in una relazione di parità, sebbene non pienamente compiuta, in cui gli animali sono ritenuti depositari di diritti e oggetto di attenzione da parte della legislazione nazionale ed internazionale, che modifica e propone leggi dietro la pressione dei movimenti animalisti, sempre attenti alla tutela di tutti gli animali, non sono di quelli d’affezione.
L’ingresso di un animale in famiglia è il prodotto di un superamento del confine che, ad oggi, non esiste più tra uomini ed animali, i quali convivono in vista di una reciproca felicità. La progressiva urbanizzazione ha determinato, infatti, una parcellizzazione delle relazioni umane e la scomparsa di una rete familiare solidale: nella nostra società ci sono molte persone anziane sole, molti giovani senza figli e coppie con un solo figlio. In questo nuovo contesto sociale, il pet può diventare un interlocutore privilegiato, “scatenando” sentimenti positivi, contro l’angoscia e la solitudine.
Nel 1975 Mugford e M’Comisky, due studiosi della relazione uomo-animale, riferendosi alla capacità degli animali di favorire l’interazione umana, li hanno definiti lubrificatori sociali, altri facilitatori o catalizzatori sociali. Dunque, gli animali da compagnia possono essere involontariamente complici della cosiddetta facilizzazione sociale: ad esempio, passeggiare in un parco con un cane, può incrementare le probabilità di avere uno scambio verbale con qualcuno (azione rompighiaccio) e fa bene alla salute.
Dalla famiglia allargata alla Pet Therapy, ossia l’uso terapeutico degli animali che non può prescindere dal loro benessere e che richiede personale altamente specializzato, il passo è breve. La Pet Therapy nacque casualmente nel 1953 negli Stati Uniti, quando lo psichiatra Boris Levinson scoprì la possibilità di ricorrere agli animali domestici per rendere più efficaci le sue terapie destinate ai bambini autistici. Un giorno, infatti, portò nel suo studio Jingles, un randagio da lui adottato, che iniziò subito a giocare con il piccolo paziente, abbattendo il muro di silenzio che lo circondava e stabilendo immediatamente un feeling gioioso. Si afferma, non con difficoltà e reticenze, la figura dell’animale dottore, come cani gatti cavalli delfini uccelli da voliera pesci e alcuni animali da cortile.
Ѐ idea consolidata che il cane sia l’animale leader nell’applicazione delle Attività e delle Terapie Assistite da Animali (AAA/T), per la sua spiccata abilità ad entrare in sintonia, in funzione di mediatore emozionale, con l’uomo: la sua domesticazione, secondo gli studi più recenti, risale ad un periodo compreso tra i 12.000 e i 14.000 anni fa, a conferma di un sodalizio forte nel tempo e nello spazio.
Gli animali, altrimenti detti co-terapeuti, svolgono un ruolo fondamentale per portatori di disabilità psico-fisiche, soprattutto attraverso il canale del gioco nel caso di pazienti piccoli, ma anche per detenuti di carceri e carceri minorili, favorendo la riduzione dell’aggressività, dei suicidi e colmando il vuoto affettivo e l’isolamento psicologico: affidare un animale ad un detenuto, significa considerarlo ancora capace di prendersi delle responsabilità nei confronti di un essere vivente e accrescerne il basso livello di autostima.
Gli animali dottori sono entrati nelle case di riposo e in ospedale, luogo di dolore e angoscia, sentimenti negativi che non aiutano nel processo di guarigione e che gli animali, con la loro istintività, riescono a spazzare via. Non si può non essere riconoscenti verso i nostri amici a quattro zampe e verso l’aiuto che, gratuitamente, mettono a nostra disposizione: con la loro intelligenza e il loro infinito affetto curano la salute del nostro corpo ma, soprattutto, le ferite dell’anima.
Ma si sa che l’uomo è un animale ingrato e troppo spesso si rende protagonista di brutture indicibili verso gli animali: non esiste un censimento ufficiale, ma è possibile stimare 200.000 cani detenuti nei rifugi in Italia, cui si aggiungono i circa 590.000 che vivono in strada e i 2.600.000 gatti senza famiglia. Se le leggi per la prevenzione del randagismo fossero applicate alla lettera e con maggiore severità, il fenomeno, quasi del tutto assente in molte zone del nord e del centro Italia, ma quasi endemico al sud e sulle isole, sarebbe sconfitto: l’ostacolo principale sta nella capacità delle istituzioni di assolvere ai compiti previsti dalla legge. Dai dati riferiti al territorio nazionale, risulta che in molte regioni, specie al sud, il fenomeno del randagismo ha raggiunto livelli drammatici ed è spesso fuori controllo. Abbandono, randagismo e combattimenti tra animali sono fenomeni che vanno perseguiti penalmente, anche perché dietro di essi si nasconde la criminalità organizzata (zoomafia), che ha messo in piedi un vero e proprio business. I cani da combattimento subiscono violenze inaudite: corse estenuanti legati ai motori, digiuno prolungato per renderli più cattivi e collari elettrici, queste sono alcune delle atrocità di cui sono vittime. Come si può arrecare così tanta sofferenza a degli esseri viventi? Come si può accettare di vederli esibire nei circhi? Lo spettacolo si regge su una continua e reiterata crudeltà psichica e fisica che mortifica la natura degli animali, costringendoli ad una vita incompatibile con le loro caratteristiche eziologiche tra spazi angusti, gabbie e catene. Secondo i dati Eurispes 2011, l’87,2% degli italiani nutre un sentimento positivo verso gli animali e il 41,7% convive con un animale domestico che diventa, nel corso del tempo, un vero e proprio membro della famiglia. Gli italiani pretendono dalle istituzioni che la legge a tutela degli animali venga applicata in toto e sono molti i giovani in prima fila a battersi perché ciò accada.
E poi vediamo i cani accompagnare ipovedenti audiolesi diversamente abili, pronti ad aiutare i loro amici umani nella vita di tutti i giorni, una vita resa faticosa dalle barriere architettoniche e mentali: svolgono tutti quei compiti che i loro proprietari non sono in grado di svolgere. Sono definiti animali da supporto e vengono scelti in base a socialità e docilità: rappresentano un valido supporto psico-fisico, garantendo autonomia negli spostamenti, amicizia sincera e facilitando le interazioni sociali contro possibili forme di auto-isolamento. Le straordinarie potenzialità del cane, e del suo fiuto in particolare, si estendono a regni fino a poco tempo fa impensabili: è stato osservato che sono in grado di presagire attacchi epilettici, percependo l’odore di alcune sostanze emesse in queste situazioni, e di assumere un atteggiamento protettivo nei confronti del padrone durante la crisi. La potenza diagnostica delle cellule canine è stata confermata anche da alcune ricerche californiane: il cane sarebbe in grado di svelare la presenza di un cancro nell’essere umano.
Oppure sono lì, tra le macerie, ad annusare respiri di una vita che rischia la morte, o pronti a gettarsi in mare per strappare chiunque all’annegamento o ancora ad accoglierci sulla porta di casa, dopo un’intera giornata di lavoro, e a farci moine di ogni genere, strappandoci un sorriso. Favorire la cultura del rispetto verso ogni essere vivente è una forma di civiltà che deve essere promossa sia in famiglia sia a scuola, un obbligo morale che abbiamo verso i nostri dolcissimi amici pelosetti.

La grandezza di una Nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui essa tratta gli animali” Mahatma Gandhi

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