Pellicole Appiccicose
4 Giugno Giu 2012 1442 04 giugno 2012

La guerra è dichiarata, più lacrime che cinema

Se è vero che i film riusciti si dividono in belli e furbi, La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli rientra con un piede e mezzo nella seconda categoria. Certo, nel panorama desolante del cinema dell’ora legale, il film francese spicca con pieno merito, ma lo fa usando un paio di armi improprie contro lo spettatore.

La prima è il tema stesso della storia - un tumore che colpisce un bambino di appena 18 mesi e l’annesso dramma dei genitori - capace di inibire il più feroce dei critici se non altro per una questione di rispetto, elevato all’ennesima potenza dalla consapevolezza che la vicenda è tratta dalla storia dei due attori principali, la regista stessa e il suo compagno Jérémie Elkaïm.

La seconda è l’ostinato (e ostentato) tono rock con cui la vicenda è racconta. Gli autori partono da un assunto incontestabile: di fronte a un dramma come quello del piccolo Adam, nessuno, dall’esterno, è in grado di comprendere il dolore dei genitori o autorizzato a giudicarne le reazioni. Entrando così nel regno dell’inesplicabile - dove tutto è legittimo perché al di sopra di giudizi morali - la cosa più semplice diventa la messa in scena del massimo contrasto, del corto-circuito più straniante: i genitori che, mentre Adam resta ricoverato in ospedale, partecipano a scatenate feste danzanti a ritmo hard rock, appunto. Alla stessa musica, del resto, il film si affida troppo spesso sulle scene di più intima sofferenza (silenziando dialoghi che sarebbero stati complicati da scrivere) con lo stesso, arcinoto meccanismo di incontro fra gli opposti che usava la musica classica come sottofondo delle violenze di Arancia Meccanica. Nessuno nega l’accettabilità e la verosimiglianza psicologica dell’euforia immotivata come strumento di difesa e reazione al dramma, ma il film esagera nel farne (quasi) l’unico mezzo espressivo del dolore. Talvolta l’effetto è efficace, come quando i parenti brindano in stile Capodanno alla riuscita della prima operazione pur se consapevoli che la situazione resta disperata, o quando i due protagonisti decidono di esorcizzare le proprie paure enunciandole in modo cinico e ironico («Io ho paura che Adam diventi un vegetale, cieco, sordo, omosessuale e nero»). Talvolta risulta invece esagerato e irritante, come il padre che imbianca la casa a ritmo di musica mentre altrove si decide il destino del figlio. Soprattutto questo modo di mostrare il dolore, se ripetuto a oltranza, finisce per diventare un po' troppo comodo, perché è più semplice mettere in scena un genitore danzante che uno fermo a guardare il soffitto. E a metà film siamo già sazi degli eccessi di esternazione dei protagonisti.

Il vero colpo di classe della sceneggiatura (chissà fino a che punto volontario) sta semmai da un’altra parte, ovvero nella capacità di esprimere la sensazione strisciante, e mai dichiarata, che il piccolo Adam non fosse un figlio programmato (lo deduciamo scoprendo che i nonni si stanno incontrando per la prima volta proprio in occasione dell’intervento) e che alla scoperta della malattia i suoi genitori abbiamo pensato per un istante: sarebbe stato meglio se non fosse nato. Le crudeltà (in senso positivo) del film non è la malattia, né sono le feste ai quali i genitori si concedono di partecipare, ma è la presenza subliminale di una piccola, inquietante, inconfessabile, inaccettabile dose di rancore verso il bambino da parte di suo padre e sua madre.

Nel complesso il film resta però meno raffinato di quanto potremmo credere e fin troppo abile a proteggersi con lo scudo della commozione e del rispetto. Il voice over pedante e didascalico sembra messo lì apposta per farci capire che non siamo di fronte a un’opera d’arte.

La guerra dichiarata si può senza dubbio definire un film toccante, straziante, emozionante, ma da un punto di vista strettamente cinematografico la Francia ci ha dato soddisfazioni maggiori.

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