Città invisibili
4 Giugno Giu 2012 1309 04 giugno 2012

Per la “festa” dell’imperatore. Roma e l’Italia per il bimillenario di Augusto

Nel 2014 ricorrerà il bimillenario della morte di Augusto, l’imperatore romano creatore dell’impero e, soprattutto, artefice della nuova Roma. Attraverso un progetto che viaggiando sul doppio binario dell’attrezzatura urbana e della legislazione, si articolava in completamento e cambiamenti, attraverso la realizzazione di monumenti che divenivano strumenti ideologici del consenso. In occasione del bimillenario del 1937, sotto la spinta del Regime fascista, non si lasciò nulla al caso. Il problema delle celebrazioni, posto fin dal 1930 al II Congresso Nazionale di Studi Romani, da Giulio Quirino Giglioli, nel 1935 aveva già trovato una sua soluzione. Carlo Galassi Paluzzi aveva presentato a Mussolini, che lo aveva approvato, il programma completo. Che prevedeva una serie di manifestazioni che andavano dal recupero dell’Ara Pacis, ad una serie di scavi di interesse augusteo, alla sistemazione del Mausoleo di Augusto, ad una serie di conferenze e pubblicazioni sulla figura dell’imperatore. Giglioli inoltre aveva concepito il progetto, anch’esso approvato da Mussolini, di una grande Mostra celebrativa. Il programma di scavi era stato avviato e tra il 1937 e il 1938 si erano tenuti cicli di letture e conferenze con la partecipazione dei più importanti studiosi italiani e stranieri sui temi dell’influenza romana sullo sviluppo storico dei vari Paesi e dell’opera di Augusto e della sua eredità. I “Quaderni Augustei” e i “Quaderni dell’Impero” avevano raccolto gli interventi dei relatori alle conferenze; era in fase di pubblicazione il primo volume della Bibliografia critica dell’Africa Romana, curato da Pietro Romanelli ed era stata iniziata la pubblicazione della collana voluta da Galassi Paluzzi, “Italia Romana”, che doveva illustrare “la trama romana di tutta la storia d’Italia”, attraverso contributi relativi alle diverse regioni italiane curati dalle sezioni dell’Istituto di Studi Romani. Lo stesso Istituto, tra l’altro, aveva bandito il Censimento epigrafico dell’Impero Romano diretto da Aristide Calderini. Il 23 settembre fu inaugurata da Mussolini la Mostra sulla Romanità al Palazzo delle Esposizioni con “duecento plastici, più di tremila calchi, innumerevoli fotografie, piante, iscrizioni”. Esternamente al Palazzo era stato costruito un Padiglione per la sezione militare, mentre sulla terrazza era collocato quello relativo alla “Forma urbis” e nel cortile era riprodotta al vero la Casa augustea.
Alcuni giorni fa dalle pagine del Corriere della Sera, Andrea Carandini, dicendo di averli sognati, elencava i diversi punti del progetto delineato dalle istituzioni per celebrare degnamente quella importante ricorrenza. Il Ministro degli Esteri si sarebbe occupato di favorire mostre augustee nelle diverse regioni d’Europa comprese nell’Impero Romano. Torino e Napoli avrebbero ospitato mostre sulle regioni augustee della Penisola, “ma il centro delle celebrazione sarà Roma”. Ricostruzioni, mostre, nuovi scavi, lezioni di storia e archeologia, letture di Virgilio e proiezioni di film “storici” tra Largo Argentina, Colosseo, Scuderie, Curia Senatus, Mercati di Traiano, Palatino, Antiquarium, Pantheon e Ara Pacis. Se vero, l’insieme di quelle operazioni, sosteneva il Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, avrebbe significato che “l’Italia considera finalmente la cultura un presupposto economico e umano …”. Considerato che, di quel complesso di occasioni di celebrazione, la quasi totalità sono destinati a rimanere nei sogni di Carandini e delle migliaia di archeologi e semplici appassionati del nostro passato, se ne può tristemente dedurre che chi governa il Paese ora o l’ha fatto in precedenza ritiene la faccenda marginale. Non sufficientemente importante da programmare una serie di iniziative. Da ritenere l’evento, per così dire, l’occasione per intraprendere (e portare a compimento) operazioni culturali diversificate altrimenti impossibili o, comunque, difficoltose. Proprio come accadde per la ricomposizione dell’Ara Pacis nel 1937, oppure le indagini nella villa cd. di Augusto, a S. Cesareo, a Velletri. Operazioni che ora risulterebbero di grande impatto mediatico ma anche di enorme rilevanza scientifica. Da quanto si sa (anche consultando il sito online del Mibac), le scarse risorse economiche disponibili, unite alle intermittenti attenzioni alla circostanza, hanno prodotto finora assai poco. La decisione di provvedere al completamento del restauro del Mausoleo di Augusto, al rifacimento della nuova Piazza Augusto Imperatore, secondo il progetto dell’architetto Cellini, e all’abbattimento del muro della fontana esterna all’Ara Pacis, oltre alla pedonalizzazione del Tridente mediceo. Ma l’avvio dei lavori è previsto soltanto per i primi mesi del 2013. Con la speranza che non sorgano intralci e che dunque non si faccia in tempo per il 2014. Per il resto, nulla. Così, come non risulta definito il Comitato ad hoc del quale aveva in più occasioni parlato l’ex sottosegretario ai Beni Culturali, Giro.
L’impressione è che la questione sia sottovalutata, derubricata ad accessoria. Forse non soltanto a causa dell’emergenza continua. Dei problemi di sopravvivenza che il Paese subisce. Dimostrando che al di là delle parole, degli intenti, delle adesioni alle sottoscrizioni lanciate da un importante quotidiano nazionale, la Cultura è ancora un fatto per pochi. Non per tutti. Che Augusto con i suoi monumenti sparsi non solo per Roma e l’Italia ma anche per gran parte d’Europa è una storia che interessa, che “sposta” persone, soltanto durante i fine settimana. Quando non si lavora, quando non si produce. Quelle cose sono uno svago, alcuni pensano. Per quello, soprattutto ora, che ci sono cose più importanti a cui pensare, non ci può essere che poco spazio per Augusto. Divertissemants da fine settimana.
Ma forse varrebbe la pena che, per celebrare dignitosamente il bimillenario augusteo, almeno si facesse tesoro di un suo indirizzo, utilizzandolo per salvare il salvabile. La sollecitazione ai principes viri ad appaltare lavori nell’Urbe. Mutati mutandis si tratterebbe di coinvolgere i moderni “personaggi più autorevoli” (e più facoltosi) in operazioni riguardanti i Beni Culturali nostrani, altrimenti impossibili. Come spesso accade la soluzione ai problemi dell’oggi si può trovare rileggendo il passato.

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