Andrea Cinalli
Serialità ignorata
6 Giugno Giu 2012 0931 06 giugno 2012

Al diavolo l'happy ending, dateci un finale aperto!

Cala il sipario sulla serie tv: perché chiudere bottega lasciando il sorriso sulle labbra dello spettatore e negandogli il brivido di un finale scioccante?

È il ventiduesimo episodio. Mancano 5 minuti alla chiusura della stagione. È il momento più atteso dell’anno, fremiamo di conoscere il destino dei beniamini che s’accomiatano per la pausa estiva. Da 35 minuti siamo impettiti dinanzi allo schermo del pc (o, se siete all’antica, del televisore) e dalle casse prendono a diffondersi le note di qualche anonimo brano indie. Con la fronte imperlata di sudore e occhi ridotti a fessure scrutiamo personaggi che si riconciliano, che siglano la pace con baci appassionati o che s’avvinghiano in stretti abbracci. Il tutto mentre la m.d.p. s’allontana e lo schermo si riempie di un 'campo lungo' che lentamente sfuma su uno sfondo nero. È finita. I lineamenti contratti in un’espressione corrucciata dal prologo si distendono, si schiudono i pugni serrati e le labbra curvano irrimediabilmente in un sorrisetto compiaciuto. L’agognato gran finale s’è dispiegato dinanzi ai nostri occhi esattamente come ce lo prefiguravamo: anche stavolta sono andati a parare nel classico “volemose bene”, una strizzatina d’occhio ai tanti che sono rimasti fedele al telefilm pur scadendo in storyline melense.

UN FINALE MENO SOFT. Qualche interrogativo s’affaccia alla mente: e se il litigio piuttosto che terminare con una calorosa stretta di mano fosse culminato in una scazzottata stile Bud Spencer? E se le beghe tra spasimanti fossero cessate con una sparatoria, tra le grida di orrore e stupore di tutti i personaggi che avessero assistito al lieto evento? E se il protagonista realizzasse di aver commesso un errore, tornasse sui suoi passi, e nel tragitto da casa sua alla dimora dell’amata venisse falciato da un pirata della strada e poi niente risoluzione, ma titoli di coda e tanti saluti? Certo, d’istinto schiere di telespettatori prenderebbero a tallonare produttori, sceneggiatori e compagnia bella per linciarli senza pietà. Ma prima di macchiarsi del crimine, depongano un attimo i forconi e indugino su queste riflessioni: non è forse vero che il serial tv per essere credibile non deve discostarsi poi tanto dalla vita quotidiana? Non è forse vero che questa – pur incorrendo nel rischio ‘retorica’ – è fatta di lacrime, sangue e spossatezza e che la gioia e la letizia sono solo emozioni transitorie, destinate ad eclissarsi nell’arco di due minuti?

LA VERISIMIGLIANZA MANZONIANA. Dunque: eccellente chiudere con Dale Cooper impossessato dal demone Bob (I Segreti di Twin Peaks); bene congedare le Gilmore Girls con le incognite sul futuro da giornalista di Rory e della vita di coppia di Lorelai e Luke (Una Mamma Per Amica), superlativo il season finale che vede la morte di Prue Halliwell (Streghe)…Se è vero che il racconto per aderire ai criteri di verisimiglianza auspicati dal Manzoni deve mettere in scena eventi che potrebbero aver luogo nella realtà (anche spettacoli sovrannaturali purché verisimilmente orchestrati), allora gli screenwriter dovrebbero mettere alla berlina i lacrimevoli happy ending e far posto ai più credibili cliffhanger, che pur lasciando di sasso lo spettatore gli impartisce una valida lezioncina: ‘c’est la vie’, e per orripilante, deprimente, scioccante che sia è l’unica che abbiamo da condurre.

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