Vademecum
6 Giugno Giu 2012 1052 06 giugno 2012

Tra plastici finti e vita vera. Per fortuna a San Prospero c'è il sole

Lo ha fatto di nuovo , non che ne dubitassi in realtà, ho poche certezze nella vita e per lo più confuse, ma di una cosa non ho mai dubitato: dove c’è Vespa c’è plastico. E infatti, immancabile, l’altra sera nello studio di Porta a Porta troneggiava un capannone in miniatura, all’occorrenza scosso dal conduttore per simulare il terremoto emiliano. Sorvolerei sul trauma infantile che evidentemente deve aver colpito quest’uomo, anche perché confido presto in un dettagliato plastico delle sue sinapsi che ce lo spieghi, e cercherei di capire cosa si scateni nella mente di molti giornalisti quando devono raccontare una tragedia nazionale. Sì, perché due morti diventano: eccidio, un sospiro: orrore, un problema: catastrofe.

Il Tg della nostra rete ammiraglia ha fatto almeno quattro edizioni straordinarie sul sisma che ha colpito l’Emilia, una per ogni ora del pomeriggio, con lo stesso filo conduttore. Tre o quattro inviati nelle tre o quattro località maggiormente colpite che facevano la conta dei danni e si esibivano in interviste dall’inestimabile valore giornalistico. Avvicinandosi ad anziane signore chiedevano trafelati: “ha avuto paura?” Ora, non voglio direi che mi aspetterei di sentire solo pareri di esperti di fama mondiale, però anche ribadirei l’ovvio in continuazione non credo renda chissà quale lustro al servizio pubblico. I momenti più bassi erano rappresentati, però, dalle interviste post-mortem, quelle in cui si mette il microfono davanti al parente o all’amico del poveraccio che è rimasto sotto le macerie e si spera che pianga. “Che persona era?”. Vorrei dirlo chiaro, a scanso di equivoci, a me non interessa se salvava cuccioli di foca, o se passava le sue giornate a fumare sigari giocando a carte al bar, non mi interessa se poteva essere il prossimo candidato al Nobel per la pace, o se aveva sposato una miliardaria anziana per farsi mantenere. La morte di qualcuno è una tragedia in quanto tale, chiunque sia, qualsiasi cosa facesse. La caratterizzazione psicologica del personaggio non aggiunge nulla, giornalisticamente parlando. Anche perché, davanti alle tragedie, i leghisti del giorno prima, quelli che volevano speronare i barconi degli immigrati, scoprono improvvisamente che è morto un ragazzo straniero che stava lavorando onestamente nel nostro Paese e giù titoli sul caso dell’immigrato morto perché è tornato nel capannone a mettere in sicurezza i macchinari. Gli altri vengono ovviamente tutti qui per delinquere, ma proprio tutti, si vede che lì c’era l’unico onesto. Che tragedia averlo perso. Avrei una notizia per loro: il mondo non è diviso da uno spartiacque che separa i buoni dai cattivi e soprattutto quello spartiacque non è il Dio Po, ma questa è un’altra storia.

Non che voglia in alcun modo sminuire quello che stanno passando le persone sfollate dell’Emilia e ovunque in Italia, né penso che non sia lecito aver paura, tutt’altro. Anzi, proprio per rispetto a loro, credo che sarebbe ora di mettere da parte i sensazionalismi e fare informazione. Presentare una realtà ancora più tragica di quanto già non sia, non aiuta nessuno, anzi, fornisce indicazioni errate alle stesse vittime del sisma, diffondendo ulteriormente il panico. Non voglio neanche mettere in croce il singolo inviato o il giornalista che deve scrivere il pezzo. È proprio un intero modo di fare informazione che sta entrando in corto circuito. Mi riferisco a quel modo di fare cronaca che vorrebbe dire agli emiliani stessi come si sentono in questi giorni, o come si dovrebbero sentire, invece di chiederglielo davvero; quello che, invece di riportare ciò che stanno vivendo, tende a sostituirlo, come ha commentato un modenese in calce ad un articolo su La Stampa.

Certo non tutta l’informazione è così. Ascoltavo l’altra sera il programma radiofonico Caterpillar su Radio 2 e, durante uno speciale sul terremoto, i conduttori hanno intervistato il presidente del Consorzio Grana Padano. Il signor Berni narrava, tra le altre cose, del suo amico barista Nuccio, il quale si alza alle tre del mattino per andare a lavorare e, da quando c’è stato il sisma, regala le prime dieci brioche che sforna agli sfollati. In qualcuna ci mette la mortadella perché dice siano più energetiche così. A seguire, un’impiegata di un’acetaia di San Prospero raccontava che, per fortuna, da loro i danni non sono stati tantissimi. L’impiegata si chiama Marika e sta passando le notti nella sua Panda a metano con il gatto Mao, il quale, da gatto d’appartamento qual era, sta ora vivendo incontri ravvicinati che lo incuriosiscono, per cui passa la notte a saltare dentro la Panda. Marika racconta che, per fortuna, a San Prospero non mancano i parchi pubblici, per cui si pranza e si cena tutti insieme grazie alle signore del posto che si ingegnano in cucina. Quando i conduttori le chiedono i suoi programmi per la serata dice che passerà a trovare i genitori nel camper che, per fortuna, possiedono. Aveva appena finito di piovere a San Prospero e, per fortuna, stava tornando il sole.

Finita l’intervista ho pensato: per fortuna che il vittimismo è solo di chi racconta e non di chi vive questi giorni difficili, poi ho capito che la fortuna non c’entra nulla.

Silvia Pittatore

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