Schola, magistra vitae
7 Giugno Giu 2012 1134 07 giugno 2012

Gli scrutini: dovere professionale o sopravvivenza?

Scrutinare, decidere, discutere. All’infinito in alcuni casi. Ma perché gli studenti ci devono mettere nei guai? Non lo sanno che con il loro atteggiamento irresponsabile e molto svogliato in molte occasioni siamo costretti a non ammetterli alla classe successiva?

No, non lo sanno! Mai! Il loro grado di consapevolezza è pari a zero per la maggior parte dei casi e noi giù con i predicozzi dall’inizio alla fine dell’anno. Peccato che quelli di fine anno non servano davvero più.
È lo scrutinio il vero momento in cui si decide la loro sorte sulle loro angeliche inconsapevolezze e noi prof ci sentiamo il potere scolastico di vita o di morte, ma non è sempre una sensazione piacevole.
Non sai mai se la scelta didattica di fermare uno studente può influire positivamente sulla loro vita cognitiva ed emotiva o se si fa un buco nell’acqua. Si scoprirà solo l’anno successivo. Ma molti docenti non lo sapranno mai, presi come sono a fare la spola da precari da una scuola all’altra e ad arrabattarsi con le mille domande ministeriali (sempre entro l’estate si badi bene, così addio vacanze senza stress!) e con le riforme della classe docente, di cui spesso si subiscono le conseguenze.

Stare in questo marasma è come stare dentro gli scrutini: una lotta per la sopravvivenza fisica e intellettuale. Tua e delle tue idee. Perché ognuna vuole dire la sua e non in tutti i consigli di classe si è concordi: “No fermiamo B” “ Eh no! L’alunna D. ha fatto numerose assenze e non ha recuperato in nessuna disciplina”.

E a scuola, come nella vita, vince sempre il più forte. Di solito è il prof di italiano. O forse no?


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