Èvviva
7 Giugno Giu 2012 0954 07 giugno 2012

La storia di Marilena in più puntate. La gravidanza, la prima.

Ha circa trentacinque anni, è bionda, bassina e magra. Ha occhi grandi e un sorriso schietto e sincero, ma con pericolose rughe di tristezza agli angoli della bocca. Due figli: Antonio, 3 anni e mezzo e Federica, quasi 2 anni. È depressa. Però lo sa, e vuole salvarsi, per questo racconta la sua storia. In più puntate. A partire dalla prima gravidanza.

Ho desiderato fortemente Antonio, moltissimo. Volevo avere un figlio e sapevo cosa mi aspettava. Sapevo che avrebbe potuto non dormire, che avrebbe potuto essere irrequieto, avere problemi col cibo, che avrei dovuto interpretare i suoi pianti e i suoi lamenti, che per molto tempo sarei stata impegnata a trovare una strada di percorribilità fino al suo cuore, prima che i segni convenzionali del linguaggio facessero la loro parte. Mi avevano avvertita di cosa avrei potuto trovare lungo il cammino. Pensavo che ci saremmo riconosciuti fin dal primo momento, che appena fosse uscito dal mio utero sarebbe stato amore e complicità a prima vista. Quando scoprii che non era così automatico mi maledissi da sola. Perché durante la gravidanza avevo pensato delle cose orribili.
Molte donne vivono la gravidanza come uno stato di grazia, per me non fu così. Voglio dire, non ho avuto neppure un problema di salute in nove mesi, mai, non una nausea, non un dolore, neppure una contrazione. Qualche voglia di spaghetti e pizza, ma nulla di più. Ero riuscita anche a rimanere magra: di spalle non si vedeva neppure che ero incinta, poi mi giravo e veniva fuori questo pancione enorme. Dodici chili in nove mesi e tutte le mie amiche che c’erano passate prima di me ad invidiarmi una linea perfetta. Antonio non mi ha fatto mai sentire neppure una contrazione. Si era messo d’impegno: stava talmente bene nella mia pancia che aveva deciso di non uscirne più e si era avvolto il cordone ombelicale intorno al collo. Ma dolcemente, in modo da non provocare alcun problema né a me né a lui. E quanto si muoveva nella mia pancia! A volte vedevamo il suo tallone agitarsi sotto la mia pelle. Faceva quasi impressione.
Molte cose mi hanno fatto impressione della gravidanza. Ogni tanto mi sorprendevo a pensare a quanto fosse innaturale tutto. A partire dal fatto che dentro di me stesse crescendo un altro essere umano. Ogni volta che facevo un’ecografia scoprivo i cambiamenti, vedevo in controluce i suoi organi che si formavano. E allora pensavo a quant’è grande la natura, quanto è spaventosamente forte. Provavo uno slancio incredibile verso quell’esserino solo mio, che però mi metteva anche paura. Mi sembrava una diavoleria. Piano piano mi sembrò atroce anche perdere il controllo del mio corpo. Lui cresceva e io avevo sempre sonno, dovevo correre all’improvviso a fare pipì, anche dieci volte in una notte. Gli ormoni impazzivano, avevo crisi isteriche o di pianto. La cosa più bella era l’assenza del ciclo mestruale, ma gli ormoni si erano impossessati completamente del mio corpo. Comandavano loro, io non ero più niente. Un involucro, un tupperware, nient’altro. Servivo alla riproduzione della specie. Io, che avevo sempre lavorato, mi ero sempre mantenuta da sola, adesso ero solo una di quelle donne descritte nella Bibbia, una donna che avrebbe dato alla luce un bambino, nell’ottica del disegno di Dio, e che l’avrebbe partorito con dolore, nella migliore tradizione delle donne cattoliche. Ma io non ero mai stata cattolica, avevo sempre detestato la Chiesa.
Testarda com’ero, continuavo a fare tutto quello che c’era da fare, persino a spostare i mobili pesanti. Non volevo essere come quelle donne incinte che si mostrano malate per il capriccio di essere accudite. Io no. Ho lavorato fino all’ultimo giorno e anche quando sono andata a partorire ho pensato che potessi continuare a farlo anche dopo.
Quando fu il momento di iniziare i tracciati, cominciai ad andare in ospedale per sottopormi ai controlli. Stavo là ferma ad ascoltare il battito di mio figlio e quello di tutti gli altri bambini nelle pance delle mamme. Non ho mai capito perché non potessi portarmi un libro da leggere, almeno, io che ho sempre odiato l’inattività. No, dovevo stare immobile e non potevo girare neppure le pagine. Uscii di conti e Antonio ancora non mi aveva fatto provare l’ebbrezza di una contrazione. Alla 41sima settimana mi dissero che non avevo più molto tempo, che le acque stavano invecchiando, che si poteva aspettare ancora poco. Il parto naturale non era possibile. Ma non capivo perché, se dalle ecografie risultava tutto a posto. L’ultimo tracciato rivelò uno spasmo di sofferenza, perciò via verso la clinica, si partorisce. Una cosa che mi aveva sempre spaventata moltissimo, durante la gravidanza, era il pensiero atroce di dover tirare per forza fuori quel bambino. Il pensiero che avrei sofferto, che il mio corpo sarebbe stato lacerato, che avrebbero dovuto tirar fuori mio figlio con attrezzi freddi e grigi. Entrai in sala operatoria con una gran paura, ma anche con una buona dose di incoscienza.
Quando nacque sentii il suo pianto, uno strillo, e chiesi se fosse tutto a posto. Che strano modo di urlare aveva. Lo seguii con gli occhi, mentre lo portavano sotto la fontanella, sulla bilancia, a fare i controlli. Mi chiesi perché non lo portassero prima a me. Stavo là educata e zitta, pensavo si facesse così. Lo vuole vedere? Mi chiese l’infermiera, come se ci fosse al mondo una mamma che possa rispondere di no. Me lo portò avvolto in un asciugamano che lo lasciava tutto scoperto davanti tranne i piedini. Ma non me lo lasciò vicino. Disse che me lo avrebbe portato dopo. Mio figlio ed io non ci toccammo, appena fummo separati. Sono sempre stata convinta che il problema fosse tutto lì. Lui ricominciò a piangere e io rimasi sola a pensare a come sarebbe stata la mia vita con lui. Non dissi loro “lasciatemelo qui”. Forse è iniziato tutto da lì.
Mio figlio me lo portarono dopo diverse ore dal parto. Capii abbastanza in fretta come si facesse ad allattarlo e anche che non dormiva quasi mai. Me lo portavano alle ore più disparate, perché si svegliava e urlava e non faceva dormire nessun altro bambino del nido. In effetti adesso sorrido, perché ha un’ostinazione nel rompere le scatole al prossimo che è da Guinness dei primati. Una resistenza infinita. Quella che però, per un po’, spezzò la mia.
(Continua…)

Ps. Se qualcuno vuole raccontare la sua storia può farlo scrivendo a ilpuglia@libero.it. Da parte mia la promessa di salvaguardare l’anonimato e la privacy di ciascuno. Grazie.

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