Èvviva
7 Giugno Giu 2012 1756 07 giugno 2012

La storia di Marilena (seconda e ultima parte)

Quando Antonio aveva un anno e mezzo nacque Federica. Pensavo di non essere capace di fare un altro figlio, ma io ero figlia unica e non volevo lo stesso destino per Antonio. E poi cominciavo ad essere troppo apprensiva, forse dandogli una sorellina l’avrei sollevato da tutto quel peso. Restai incinta subito, ma la seconda gravidanza non fu una passeggiata, ebbi un sacco di complicazioni.
Federica si dimostrò subito estremamente diversa dal fratello. Antonio non aveva mai dormito, lei, invece, la prima notte che tornò con noi a casa dall’ospedale dormì per sei ore di fila. Anche l’allattamento fu un’esperienza bellissima. Federica era affamata, vorace. Si attaccava al seno e mangiava di buzzo buono per dieci minuti, poi si riposava giusto il tempo di darmi modo di cambiare lato e attaccava di filato dall’altro seno.
Antonio lo avevo allattato fino ai quattro mesi, poi avevo smesso. È che fisicamente non ce la facevo più, ero a pezzi. Praticamente allattavo di continuo. Mi ero ridotta a passare l’aspirapolvere con lui attaccato al seno. In casa giravo con lui dentro il marsupio, pur di avere due secondi di tranquillità. Con Federica fu diverso. Con il secondo è sempre diverso. È vero quando dicono che il secondo figlio cresce da solo. Con lei è successo così. Antonio mi dava talmente da fare che Federica la lasciavo piangere, magari, non mi precipitavo a vedere cosa avesse, e lei mi ripagava sempre con gli stessi sorrisi, la stessa gioia, la stessa serenità. Quant’è grande la natura, quanto strana, quanto perversa, a volte. Ancora oggi mi domando come ho fatto a fare due figli così diversi l’uno dall’altra. E quando ci penso mi capisco che forse è dipeso tutto da me. E mi torna in mente il parto, il secondo. Federica venne fuori urlando peggio di come era nato Antonio, però stavolta me la misero sul petto subito, mentre ancora mi ricucivano dopo il cesareo. E lei, come per miracolo, smise di piangere e si mise ad annusarmi. Mi riconobbe. Abbiamo sempre avuto un rapporto privilegiato, lei ed io. Eppure è Antonio ad aspettarmi sempre, è lui a cercarmi di più. Federica ha quasi due anni ed è già fortissima, sicura. Antonio ne ha quasi quattro ed è sempre in cerca di conferme. Dicono che è colpa della depressione. Che quando ti prende la depressione post parto ne risentono i bambini. Che la tua depressione influisce sull’autostima dei tuoi figli. Un’altra cosa di cui mi incolpo. Anche se non è colpa mia.
Depressione. Ho pronunciato questa parola per la prima volta solo poco tempo fa, quando ho capito che cos’avevo e che volevo uscirne. Ma si esce mai dalla depressione? Adesso, che inizio a vedere la luce, posso dire che no, che la depressione resta sempre latente. Che inizi ad avere dei momenti di alto seguiti da momenti di basso. Che puoi solo fare in modo di colmare l’intervallo. Oggi, per esempio, i miei momenti di basso sono più rari, e, quando arrivano, sono terribili, sì, ma passano in un lampo. Reagisco. È che la depressione è talmente brutta da farti respingere con forza l’idea di tornarci dentro. È che quando vedi l’orlo del baratro così vicino e senti di nuovo il tuo piede entrarci dentro, ti attacchi con le unghie al ciglio del burrone e te le spezzi a furia di opporti a tutto quel nero. Gridi che lì dentro tu non ci tornerai. Chi esce dalla depressione è un sopravvissuto. Sa di aver superato un danno, di poter fare tutto. È una sensazione di debolezza e forza infinita. Ma non sono tante quelle che sopravvivono. Siamo poche fortunate. E ci riconosciamo tutte. Ci accomuna il senso di solitudine che abbiamo provato almeno una volta, il pensiero che nostro figlio – o i nostri figli – ci abbiano strappato qualcosa, il pensiero di quanto sia orribile anche solo pensarlo. Ma se lo ammetti, di starlo pensando, forse ti salvi. E ti salvi se qualcuno si accorge di come stai e non cerca di far finta di non vedere. Nel mio caso se n’è accorta un’amica. Andò a parlare con mio marito, che lo sapeva, ma non sapeva cosa fare e allora non faceva niente perché soffriva anche lui non riconoscendo più sua moglie. Gli uomini, a volte, sono come i bambini, non lo sanno fare. Per quanto ti amino alla follia, non capiscono cosa voglia dire. Loro escono al mattino e vanno a lavorare. Non è la loro vita ad essere stravolta, ma la tua. Non passano l’intera giornata a provvedere ai bisogni di un altro essere umano, né a pensare tutti i modi in cui nutrirlo o intrattenerlo o dimostrargli l’amore immenso che non hai più neppure per te stessa. Loro conducono la vita di sempre. Magari hanno il sonno un po’ più tormentato, perché sentono i pianti notturni, ma dormono quando c’è da dormire, fanno colazione sempre seduti al tavolo. Rinunciano solo alle uscite con gli amici il sabato sera, perché tu dici sempre di no.
Dopo aver parlato con la mia amica mio marito cambiò. Comprese che non era tutto perduto, che potevamo ancora essere noi. E iniziò ad offrirmi il suo aiuto e ad insistere quando lo rifiutavo. Adesso dormo di più, mi guardo allo specchio, mi vesto pensando a cosa indossare. Non è sempre bello il tempo dentro, però convivo più col sole che con le nuvole. Non ne sono ancora fuori, ma so che si può. Antonio ha iniziato ad amarmi di più e a fidarsi di me. Sa che non lo abbandonerò mai. E io gli sto insegnando a credere un po’ di più in sé stesso. Essere mamme è bellissimo. Crescere insieme ai tuoi figli lo è di più. Soprattutto quando, per un po’, hai pensato di non farcela. Invece si può.

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